• Buon vento Ernesto

    Ricordiamo perfettamente la prima volta che abbiamo incontrato Ernesto Tross, quasi vent’anni fa. Guidati da Pasquale De Gregorio, lo avevamo rintracciato fra le anse del Tevere, in uno di quei cantieri poco balneari, e anzi ben incuneato nella terraferma, ma molto frequentato da un drappello di navigatori veri, di quelli abituati al respiro del grande largo. Da bravi velisti della domenica, eravamo rimasti subito colpiti da Ernesto. Non solo per la sua passione indomabile, che trasudava da ogni poro, ma anche per la competenza e la vera e propria cultura nautica, anche teorica, che manifestava ogni volta che parlava. A colpirci di più, però, fin dalla prima volta e anche ben oltre i confini della comune passione per la vela, è stata la sua capacità di ragionare senza i vincoli e le strettoie del pensiero dominante, tanto meno delle mode ricorrenti. Una capacità critica che gli ha permesso di mettere in discussione anche verità che nel mondo della vela sembravano indiscutibili per aprire prospettive impensate, che è poi successo di vedere successivamente confermate anche da grandi e ben più noti progettisti.

    Ecco perché perdere Ernesto, fuori da ogni retorica, è davvero una perdita che ci impoverisce tutti. A noi ha insegnato che niente, nella vela, ma ci verrebbe da dire anche nella vita, va mai dato per scontato. Tutto va studiato, conosciuto, valutato per quello che è oggettivamente, e possibilmente sperimentato in concreto. E che le soluzioni non devono seguire per forza la strada imboccata dai più. Che non si può mai smettere di immaginare altre possibilità, anche controcorrente e contro il senso comune.

    In questo momento, presi dalla tristezza di non poter più telefonare ad Ernesto, ci viene da immaginarlo più che mai simile a una delle tante barche che ha costruito con le sue mani e che hanno navigato soprattutto nell’Oceano Indiano. Dure, essenziali, spoglie e grigie all’esterno, e al contrario un’esplosione di colori all’interno. Un legame stretto con le vetrate artistiche per le chiese che Ernesto realizzava per lavoro e anche con la casetta realizzata sulle sponde del lago di Bracciano, dove il metallo si stemperava e diluiva in una meravigliosa esplosione di rossi, rosa, azzurri e gialli. Quel testone di Ernesto era così, ostinato, testardo, perfino ruvido all’esterno, e con lo spirito traboccante di una curiosità e di un amore per la bellezza sconfinati.

    Ci mancherà Ernesto, ma già sappiamo che non ci abbandonerà. Quello che ha insegnato a noi e a chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, e che ci ha lasciato nei suoi libri, non si cancellerà con il tempo, ma siamo anzi sicuri che sedimenterà e darà i suoi frutti ancora per molto.

    Buon vento Ernesto, grazie di aver navigato con noi, di averci insegnato a disegnare nuove rotte, di averci mostrato nuovi orizzonti