Ecco “Paradise Falls”, l’Arcadia americana…

Daniele Abbiati
per nostra fortuna i li-bri di Don Robertson vanno dalle trecento pagine in su. Così, leggendoli, abbiamo meno tempo per pensare a quanto saremo dispiaciuti, dopo aver-li terminati. Ma quel momen-to, il momento di voltare l’ulti-ma pagina, ogni volta arriva troppo presto. Perché? Il moti-vo è semplice. Anzi, usiamo la parola giusta: «ordinario». E la parola usata da uno che se ne intende. «Gli editori vogliono personaggi ordinari solo in si-tuazioni straordinarie (come nei libri di King, Ludlum, Fol-lett, Sheldon e altri) o persone straordinarie in situazioni ordi-narie (Murdoch, Irving, Tho-mas, Naipaul, Morris ecc.), ma come la mettiamo con le persone ordinarie in situazio-ni ordinarie?». Così scrive, nel gennaio del ’87, Stephen King nella doppia veste di lettore e di editore del-la sua Philtrum Press, presen-tando la prima edizione di The Ideai, Genuine Man di Roberts-on, uscito in italiano da Nutri-menti nel 2016 con il titolo L’uomo autentico. King centra il punto: i romanzi di Roberts-on (Cleveland, 1929-99) fanno esattamente questo, parlano di persone ordinarie in situa-zioni ordinarie. Come gli spec-chi, si limitano a riflettere l’esi-stente, senza togliere né ag-giungere nulla. Nel calcio si di-ce che quando in partita non ti accorgi dell’arbitro, vuol dire che quell’arbitro sta arbitran-do benissimo. E un criterio di valutazione che può essere esteso alla letteratura, Prendia-mo due scrittori molto diversi fra loro, anzi pressoché oppo-sti: Tolstoj e Proust. Il primo non dice mai «io», il secondo dice (pur senza dirlo) soltanto «io». Ma sono entrambi grandi arbitri, non ci accorgiamo del-la loro presenza. Come non ci accorgiamo di Don. Roberts-on, leggendolo. Né in L’uomo autentico, dove sulla scena do-mina un solo uomo ordinario, il settantaquattrenne Herman Marshall che vuole vendicarsi di una vita piena di dolore; né in L’ultima stagione (sempre Nutrimenti, 2017), dove se-guiamo altri due ordinarissimi anziani, Howard Amberson, 74 anni, e sua moglie Anne, 72, nel loro ultimo viaggio, un «on the road» per pensionati alla ricerca della «struttura» del mondo; né, ora, in Paradi-se Falls (prima edizione italia-na, ancora Nutrimenti, e sem-pre nella traduzione di Nicola Manuppelli, pagg. 670, coro 22, da oggi nelle librerie). Ma qui, come in The River and the Wilderness (in italiano Due armate per una bandiera, Baldini & Castoldi, 1966), fac-ciamo un salto a ritroso, trasfe-rendoci dal ‘900 alla seconda metà dell’800, prima, durante e dopo la Guerra di secessio-ne. «Paradise Falls – dice Ma-nuppelli – è l’opera chiave di Robertson, quella che teneva sulla scrivania per far partire tutte le diramazioni». In ciò consiste l’altra grande qualità di Robertson, oltre al saper
IL ROMANZO DI DON ROBERTSON
Ecco «Paradise Falls», l’Arcadia americana fra guerra, pace e indiani
L’immaginaria contea dell’Ohio è la fonte miracolosa del mondo letterario dello scrittore
L’AUTORE Un classico di provincia Ma centrale
rendersi invisibile: la padro- non saranno due ragazzi sui nanza della Storia ufficiale in quali per primi si sofferma l’oc-cui intinge le sue storie plausi- chio di bue di Robertson: Phil bili, quasi sempre originate Underwood, diciottenne che dalla fonte di un luogo imma- ancora si rammarica per non ginario. L’unica libertà, infatti, aver partecipato al conflitto a se la prende con la geografia, causa dei suoi genitori, troppo inventandosi la Contea di Pa- facoltosi e troppo apprensivi, radise, anche se la colloca nel che l’hanno tenuto sotto le lo-«Due armate per una bandie- suo Ohio, e le attribuisce con- ro ali protettive; e Bill Light, ras (Baldini & Castoldi, 1966, notati simili a quelli della citta- quattordicenne in preda a un titolo originale «The River and dina di Logan, dove da ragaz- sogno erotico. Poi il fo-the Wildernesss) fu il primo li- zo trascorreva le vacanze esti- cus si sposta su J.K. bro di Don Robertson ve con la madre, dopo la mor- Bankson, il gobbo (1929-99) tradotto in italiano. te del padre. giornalista &ret-i] tema dell’opera è la Guerra E un’alba di maggio del tore del perno-civile americana. Tema che co- 1865 e l’ouverture di Paradise erat, emanato-stitu is ce il filo rosso della nar- Falls ha la solennità di una pa- ne di casa Un-razione anche in «Paradise storale americana, ma non co- derwood; su Falls», ora proposto in italia- me quella di Philip Roth, per Frederick L. Ma-no per la prima volta dall’edi- pochi intimi, bensì aperta a gill, il cotnan-tore Nutrimenti. Scritto nel tutti. Vi partecipa l’intero pae- dante morente, e 1968, settima delle sue 18 se, solido bastione repubblica- sua moglie Madelei-opere, il romanzo era, come no, da Ike Underwood, l’uomo ne; sui selvatici Mason-scrive il suo traduttore italia- più ricco e potente che fa il brink, minuscola comunità di no, Nicola Manuppelli, il libro bello e il cattivo tempo, all’ulti- reietti discendenti dei primi di riferimento di Robertson mo degli ubriaconi. Stanno tra- bianchi della zona che dovette-per stendere i suoi [avori suc- nando dalla guerra i Paradise ro vedersela con i nativi Min-cessivi, in quanto contiene i Falls Blues, e per loro chiamar- go. riferimenti cronologici e ge- la rimpatriata significa usare La voce narrante, cioè l’auto-nealogici dei personaggi e tecnicamente la parola giusta, re, sciorinando un’indimenti-dei loro discendenti. Lo stes- anche se non rende completa- cabile galleria di decine e deci-so editore Nutrimenti ha pro- mente l’idea di che cosa signifi-posto altri due libri di Roberts- chino i cinque anni che infiam- TEMPI E SPAZI on: «L’uomo autentico» 12015, marono Nord e Sud. Ognuno titolo originale «The Ideai, Ge- a Paradise Falla si prepara U n colossale affresco nuine Man») e «L’ultima sta- all’evento, come in una scena che ci riporta alle origini gioneP (2017, titolo originale da opera lirica a tutto palco degli Stati Uniti «Praise the Human Season). brulicante di comparse. Tali
ne di caratteri e caratteristi, co-me Tolstoj non dice mai <do», ma il «noi» che ogni tanto pun-teggia il suo racconto vale qua-si come l’«io» sottinteso di Proust, perché lui si sente par-te, in quanto discendente, del-la gente che ha popolato cent’anni prima la sua terra, che chiama «Arcadia». Nei ca-pitoli più brevi Robertson scandisce il decennio 1865-75 soffermandosi anche sugli eventi minimi di Paradise Falli e dei suoi sobborghi, mentre in quelli più corposi compie profonde escursioni nel pregresso delle figure por-tanti, costruendo un affresco in cui tutto si tiene, e dove gli innumerevoli rivoli di trame e sottotrame affluiscono al gran-de fiume che è la spina dorsa-le di quel micro-mondo. La chiave di volta che regge l’architettura di Paradise Falls è l’arrivo in paese di Charles Palmer Wells con la moglie Nancy. Consigliamo al lettore di tenerlo sempre d’oc-chio. Perché sarà lui l’unico credibile antagonista di Ike Under-wood. Sfruttan-do gli insegna-menti del pro-fessor Tobias G. Frye, un an-ti-Socrate che pre-dica i «Principi del Cazzo» incentrati sulle donne, l’alcol e il badare sol-tanto ai propri interessi, Wells diventa un perfetto self made man, facendo di sé un rampan-te imprenditore (soprattutto grazie a un giacimento di car-bone scoperto per caso e sot-tratto con l’inganno al legitti-mo proprietario) e parallela-mente un memorabile model-lo di politico: bugiardo, volta-gabbana, demagogo e arruffa-popoli. Esattamente ciò che serve a tutti gli Stati, Uniti o meno.
Ancora una volta, il «per-sonaggio» ha cannibalizzato il poeta. Anne Sexton era bella, sensuale, era pazza, beveva, pigliò il Pulitzer per la poesia nel ’67 e si uccise nel ’74. Fu una specie di rock-star della poesia, e un’icona del femminismo. Rosaria Lo Russo, presentando le sgan-gherate Poesie su Dio (Le Lette-re, 2003) scrive che «Mrs. Sex-ton fu atea, tuttavia soffrì, per patologia e cultura, di deva-stanti sensi di colpa nei con-fronti della cultura maschile dominante». Insomma, l’Eva disarmata conta più della poe-tessa, una specie di Baccante della lirica, spesso gemellata a Sylvia Plath. Ora, Zachary Turpin, segu-gio di rarità bibliografiche – ha scoperto alcuni inediti di Walt Whitinan – ha scovato quattro poesie e un saggio della poe-tessa americana, pubblicati su Christian Science Monitor tra il ’58 e il ’59. Sono i primi esperi-menti lirici della Sexton che nel ’57, insieme alla Plath, era andata a lezione da Robert Lo-well alla Boston University. E lo stesso Turpin a tarpare le ali «viziati entusiasmi: «non direi che si tratta di un tesoro sepol-to, ma di metalli preziosi, dalla superficie un po’ impolverata, lì, in attesa che qualcuno si ac-corga del loro luccichio». Me-no metaforico e più stringato il commento della figlia della poetessa, Linda Gary Sexton: «sembrano testi interessanti. Sono l’inizio del lavoro di mia madre. Gli sforzi di un giovane poeta che si cimenta nel gene-re, facendo errori, ma mostran-do il proprio talento». Il sazio, per inciso, parla della passione per il giardinag-gio del marito della Sexton («Se capissi gli uomini, dovrei capire la necessità che hanno di avere un prato perfetto»). In-somma, poca trippa lirica ma ottimo effetto «mediatico» per tornare a parlare della Sexton. Dalle nostre parti la lieta sco-perta può essere utile per gal-vanizzare un’editoria poetica-mente dormiente. La Sexton, nonostante il «persona zio», è tradotta poco, in modo spora-dico, dai soliti, geniali piccoli editori (Le lettere, Via del Ven-to, Crocetti): l’ultimo libro, La zavorra dell’eterno (2016), è già introvabile. Svegliatevi.
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