I giorni senza fine del sogno americano

In libreria un’ondata di romanzi che cercano di catturare lo spirito (e le disillusioni) degli Usa “Paradise falls” di Don Robertson trova l’America di Trump tra le macerie della Guerra di Secessione
GIAN PAOLO SERINO Sono “Giorni senza fine” quelli descritti dagli scrittori americani che nelle ultime settimane sono arrivati nelle nostre librerie. Romanzi che rispecchiano il volto di Stati che mai come in questo momento sono lontani dall’es-sere Uniti. Perché, come ha scritto Don Robertson in “Pa-radise Falla” (del 1968 ma tut-t’altro che datato e ora tradot-to per la prima volta da Nutri-menti): «Ecco, dunque, per iniziare, la Verità su questo posto: Ascoltate la Verità, Ab-bonda. Ognuno ha una sua ve-rità, e ogni verità è vera agli oc-chi di chi la guarda, ma tutte le verità individuali sono sem-plicemente frammenti, e quindi l’unica vera Verità è la somma e il totale di tutte le giuste, corrette e incomplete verità individuali. Ah questo posto. È un santo. È una putta-na. È tutto». Una metafora sull’America oggi mai così adatta ai tempi, eppure Robertson, che con questo romanzo è stato consa-crato tra i grandi della lettera-tura degli Stati Uniti, tra que-ste pagine – un capolavoro di equilibrio selvaggio tra stile e trama – ci racconta Paradise Falls, un piccolissimo villaggio nel cuore dell’Ohio, appena ri-sorto dalle macerie morali della Guerra di Secessione e ci racconta di quel Midwest, tut-to Bibbia e fucile e mai cam-biato, dove un tempo a dettare legge erano i Padri Fondatori e oggi è Donald Trump.
Straordinaria epopea In quegli stessi anni, nell’Ame-rica di metà Ottocento, è am-bientato “Giorni senzafine” di Sebastian Barry (in Italia per Einaudi): una “conquista del West” da parte di due quindi-cenni, Thomas McMulty e John Cole, che cercano qualsi-asi espediente (dal ballare nei salmo travestiti da giovani donne sino ad arruolarsi nel-l’esercito) per integrarsi, loro immigrati irlandesi, in un’America che già da allora sembrava attuare il multicul-turalismo soltanto nell’imma-ginario scolpito nella Statua della Libertà. Con questo romanzo, finali-sta del “Man Book Prize”, Bar-ry è riuscito a regalarci, come ha sottolineato anche il Pre-mio Nobel Kazuo Ishiguro «un’epopea straordinaria a volte violenta, a volte tenera,

Grant Wood, “American Gothic” (particolare), 1930
I In “Giorni senza fine” la conquista del West da parte di due quindicenni
Nella “Chicago” violenta e corrotta di Mamet emerge una coerenza oggi perduta
che racconta con grande liri-smo il destino di due giovani”. Ed è anche il destino della nazione ritratta nel romanzo “L’America sottosopra” di „Termite’ Haigh (Bollati Borin-ghieri): selezionato tra i mi-gliori cento libri del 2016 dal “New York Yimes”, dal “Washington Post” e dal “Wall Street Journal”, amatissimo da un grande scrittore come Richard Ford; anche tra que-ste pagine siamo nel centro del Midwest, in una Pennsylvania che vive nell’ombra di giaci-menti di carbon fossile ormai dismessi, in una guerra dei po-veri che si scatenerà quando un’azienda privata aprirà nuo-ve miniere. Sfruttamento del lavoro, turni disumani, l’ostili-tà di una popolazione che ha svenduto i propri campi di-ventano una potente metafora di una America arrabbiata con se stessa ma che tuttavia spera sempre nel miracolo di un nuovo “sogno” mentre è di
giorno in giorno costretta a ba-rattare il benessere di pochi con l’inquinamento e la di-struzione che devono subire i molti. Ed è sempre Midwest nel cuore dei monti Appalachi che si ambienta il romanzo di Andrew Krivak che con il suo precedente “Il soggiorno” (in Italia pubblicato da Keller edi-tore) è stato finalista nel 2011 del “National Book Award”. Con ”Questa terra” (da pochi giorni in libreria per Einaudi) siamo in atmosfere che ricor-dano “Il cacciatore”, il film di Michael Cimino.
Dopo li patriarca Siamo nei primi anni Settanta: Jozef Vinich, patriarca di una numerosa famiglia di origini slovacche, è morto di vecchia-ia nel proprio letto, all’ombra della segheria che ha costruito di ritorno dalla Prima guerra mondiale. Sotto il suo tetto hanno vissuto tre generazioni lacerate dalla guerra: il marito
di sua figlia Hannah, Bexhet, ha disertato nel secondo con-flitto mondiale per poi restare ucciso in un controverso inci-dente di caccia; il nipote, Sam, è da tempo disperso in Viet-nam. Ad attenderlo, oltre alla famiglia, ci sono la fidanzata Buth, la figlia dell’uomo accu-sato di aver ucciso Bexhet, e il bambino che porta in grembo. Nell’inverno più gelido del-la propria vita, soltanto il pri-mogenito Bo s’incarica di rac-cogliere l’eredità del nonno e la lezione della terra, lavoran-do in silenzio, giorno dopo giorno, per la fine delle ostili-tà. E D ardan, la cittadina dove vive questa famiglia di reduci-della guerra come della vita- è circondata dai monti Appala-chi che la isolano da tutto e da foreste di legno duro. Un isola-mento che però non li ha mai salvati dalle pretese di un’America che spesso divorai propri figli per mandarli a combattere contro un nemico
sempre diverso e che spesso non è che un diversivo per fare in modo che si abbia un nemi-co esterno da combattere sen-za pensare ai problemi che da decenni vivono della luce ri-flessa di un’egemonia naondia-le sempre minacciata. Quella di Krivak è una sto-ria che diventa una luce poten-te per raccontare il cuore di un’America che vive tra le om-bre di quel progresso che vuo-le mostrare al mondo: il ro-manzo di Krivak è un libro, scritto con rara eleganza, che trapassa il dolore per arrivare al lettore con rara potenza evocativa. C ifa scoprire le cre-pe di un’America che spesso nasconde il rifulgere della sua vera bellezza (la forza della fa-miglia, le tradizioni, l’idea di patria) e al contempo è un grande romanzo sulla tenacia delle radici e sui segni indele-bili lasciati dalla loro perdita.
Senza scorta Sempre in Illinois, ma questa volta in una metropoli, si svol-ge il romanzo di David Mamet, Premio Pulitzer per il teatro e sceneggiatore di film come “Il postino suona sempre due vol-te” o “Gli intoccabili” di Brian De Palma. Si intitola “Chica-go” (pubblicato da Ponte alle Grazie) ed è il romanzo che Mamet ha voluto ambientare nella prop ria città. Gli anni so-no quelli forse maggiormente celebri di Chicago: gli anni Venti e Trenta, gli anni del proibizionismo, della mafia ir-landese contrapposta a Al Ca-pone: una città corrotta, dedi-ta ai vizi soprattutto dalle clas-si sociali maggiormente agia-te. Luoghi già visti, già visitati da letteratura e cinema, ma che Mamet ha la capacità di rendere nuovi, grazie alla for-za di una scrittura che mette sulla scena della vita una galle-ria di personaggi che vivono nuova vita. Grazie ad uno stile di scrittura impeccabile, a dia-loghi che non appaiono mai forzati (come in molti roman-zi). Si legge come un giallo ca-lato nelle tenebre di una mala-vita che non fa ostaggi. Eppure in queste pagine non è che esi-sta una malinconia per quei tempi da whiskey illegale e pallottole, ma, sembra volerci dire Mamet, erano tempi dove forse, nel caos anarchico, c’era maggiore coerenza e anche i cronisti diventavano eroi civi-li senza bisogno di una scorta a santificarli.