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  • Gli scrittori ci raccontano

    Cronache da un mondo socchiuso

    La quarantena è un’esperienza difficile, ma inedita. Nutrimenti ha chiesto ad alcuni dei suoi autori di darne testimonianza. I loro brevi racconti saranno periodicamente condivisi sui nostri canali social e sul nostro sito www.nutrimenti.net.
    #GliScrittoriCiRaccontano
    #NutriLaLettura
    #ioleggoacasa

     

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    Fabrizio Pasanisi Marco dell’Omo Arturo Belluardo
    Una boccata d’aria Pablo in fuga Viaggio al termine della ricotta
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    Giulia Caminito
    Apnea
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    Giulia Caminito
    Apnea

     

     

     

    Quando avevo otto anni la madre di una delle mie migliori amiche faceva la pittrice, i suoi quadri non li ricordo ma so che c’erano, appesi alle mura della loro grande casa. Credo non li vendesse, ma si definisse comunque una donna che lavora coi colori.
    La loro casa affacciava su una valle, il padre era architetto e aveva progettato lui stesso la costruzione, una parete del salotto era vetrata, esistevano una soffitta e una piscina pavimentata, a me sembrava un labirinto, immaginavo botole segrete, passaggi coperti, angoli mai spolverati, c’erano punti del giardino in discesa, irraggiungibili, e due grossi cani da caccia che vivevano ai confini.
    Nella piscina, anni prima, era morta la babysitter, era affogata ma nessuno mi aveva mai raccontato quella storia per intero e io immaginavo una ragazza smilza coi calzini a righe, i capelli legati in una coda bassa, le anche sporgenti e gli occhi piccoli, che non sapeva nuotare ma amava le pozze profonde, forse aveva corso un rischio, forse qualcuno non sopportava il suo modo di parlare, di ridere, la maniera di camminare.
    La madre della mia amica era inglese e si era trasferita in Italia per seguire il marito, aveva guance piene, occhi azzurri, un caschetto biondo e reciso di netto, ricordo che non sapeva risolvere i problemi, lasciava i danni a terra, se cadeva del latte, se si infiltrava dell’acqua dal tetto, l’ultima a chinarsi per raccogliere o pulire era la madre.
    Lei sedeva accanto alla vetrata, occhi pigri e gambe molli, leggeva libri di molte pagine, parlava al telefono in un inglese strettissimo e progettava d’uscire nei boschi a cavallo, quando era ora di mangiare apriva il frigorifero per vedere se la signora che la aiutava in casa avesse lasciato qualcosa di cucinato, altrimenti friggeva bacon e ce lo dava su una fetta di pane tostato.
    Un giorno si propose però, inaspettata, di cucinare per noi una creme caramel, io e la mia amica sedemmo al tavolo della cucina e la guardammo muoversi tra i fornelli, ho memoria chiara e perfetta della padella che ci servì, dentro c’erano uova strapazzate condite con zucchero e sciroppo d’acero e lei disse: è il mio dolce preferito.
    Il fratello maggiore quando lasciava la sua stanza da letto aveva il viso grigio e le labbra screpolate, non mi salutava, ma anzi sembrava infastidito da quel mio camminare dentro i suoi limiti, apparivo molesta come una zanzara o un acaro della polvere.
    Era brutale con la madre la chiamava stupida e fessa, gesticolava davanti a lei e si rifiutava di ascoltarne i consigli, gridava da una stanza all’altra e poi si ammutoliva e guardava fuori dalle ampie finestre, giù verso il lago e tutte le cose riflesse.
    Mio nonno aveva una berlina marrone, una Mercedes antica, con i sedili in pelle color crema e il posa cenere decorato d’avorio, con quella automobile portava me e la mia amica a scuola e si fermava sempre a comprarci delle caramelle, le vendevano una alla volta, erano grandi e contenevano un liquido appiccicoso, scoppiavano in bocca e sapevano di medicina per la tosse: noi le amavamo. Mio nonno sapeva cosa amavo, sapeva come salvarmi.
    Ricordo che quella macchina andò perduta, mio nonno la vendette all’architetto, il padre della mia amica, e io la vidi invecchiare chiusa in garage, coperta dagli anni e dal silenzio, mio nonno si comprò in cambio una Fiat Panda verde bottiglia che era tarchiata e anonima, adatta per fare la spesa e non per i viaggi in riviera, una utilitaria per chi non crede di poter vivere altre avventure.
    Capitò un fine settimana che i miei genitori fossero fuori città e allora io li convinsi a lasciarmi dormire a casa della mia amica, mi portai uno zaino coi vestiti e il pigiama, il mio spazzolino rosa, gli elastici per i capelli, quella notte però, una volta infilata nel letto della mia amica dentro la sua camera, cominciai a sentirmi male, in poche ore mi salì la febbre alta da capogiro.
    La mia amica si accorse dei miei lamenti e andò a chiamare la madre, era tardi, notte fonda e telefonare ai miei nonni per farmi venire a prendere sembrò assurdo, la madre arrivò e mi mise il termometro sotto l’ascella, tirando via la figlia da me, con rabbia e rancore, come se fossi colpevole d’un misfatto.
    Aspettammo, io mi sentivo gelata e confusa, i miei sogni da bambina erano stati turbolenti, fatti di corse e fughe, di presenze, quando guardai il termometro non riconobbi i numeri.
    La madre me lo rubò dalle mani e imprecò in inglese, avevo la febbre alta, allora fece qualcosa che è stato difficile dimenticare, prese la figlia in braccio e mi disse che ero pericolosa, come una bomba, come un fucile, avrei dormito da sola, perché chi porta pericolo merita solitudine.
    Uscì dalla stanza senza darmi una medicina, senza posare un bicchiere d’acqua sul mio comodino, spense la luce, e girò la chiave nella toppa: mi chiuse dentro, da sola col mio malanno.
    Non ricordo le ore successive, quelle della malattia e dell’isolamento, ma solo la sensazione di un peso alla fronte, di un sonno spossato, nervoso, i piedi ghiacciati e il freddo che nessuna coperta poteva curare.
    Chissà come passarono quelle ore della me bambina, della me reclusa, della me abbandonata, ma passarono, la mattina quella porta venne aperta e io sentii la voce di mio nonno nel corridoio, chiedeva: L’ha chiusa chiave? E che cos’è: la febbre Spagnola?
    Entrò coi suoi occhiali dalla montatura in osso, la testa pelata e i sandali da montagna sopra ai calzini, mio nonno che aveva lavorato in Africa Orientale per costruire la prima Highway degli americani nel deserto, mio nonno che cacciava le antilopi, che conosceva le iene, mio nonno che fece fallire tre benzinai Shell, che si buttava dai trampolini nelle piscine degli hotel, che trascriveva a macchina tutte le ricette ascoltate alla televisione.
    Io ero rossa, ero spettinata e scoppiai a piangere, la stanza aveva gli scuri chiusi, tutto era ancora notturno e la mia prigionia respirava nell’aria, lui mi prese in braccio, raccolse il mio zaino, i miei pochi oggetti infantili e mi portò via, vidi di sfuggita il volto della mia amica e poi la nostra Panda, coi sedili in tessuto grigio, lavabile, e le manopole in plastica.
    Lui disse: ho sbagliato a vendergli qualcosa di nostro, ho sbagliato tutto.
    Io pensai alla babysitter, a quando aveva gridato: aiuto, affogo, e la valle le aveva restituito la sua eco, la casa era rimasta muta, spettatrice della sua apnea

     

     

     

     

    Giulia Caminito è nata a Roma nel 1988 e si è laureata in Filosofia politica. Ha esordito con il romanzo La Grande A (Giunti 2016) che ha vinto il Premio Bagutta opera prima, il Premio Giuseppe Berto e il Premio Brancati giovani. Ha scritto inoltre una raccolta di racconti dal titolo Guardavamo gli altri ballare il tango (Elliot 2017) da cui nel 2020 è stato tratto uno spettacolo teatrale; due libri per bambini La ballerina e il marinaio (Orecchio Acerbo 2018) e Mitiche, storie di donne della mitologia greca (La Nuova Frontiera Junior 2020). Il suo ultimo romanzo è Un giorno verrà (Bompiani 2019) con cui ha vinto il Premio Fiesole per la narrativa under 40.
    Nella vita lavora come editor e si occupa di narrativa italiana per la casa editrice Nutrimenti. È nella redazione di Letterate Magazine, il magazine online della Società Italiana delle Letterate e nella redazione del programma Tabula Rasa di Radio Onda Rossa. È la curatrice di un festival letterario che si tiene a Roma nelle scuole, Under – festival di nuove scritture in collaborazione con l’Associazione Da Sud. Ha portato i suoi laboratori di scrittura in librerie, biblioteche, scuole e carceri.

     


     

    Arturo Belluardo

    Viaggio al termine della ricotta

     

     

     

     

    “Ricòòò”.
    E la moto di Malpelo arrivò scoppiettando, le cavagne piene di ricotta appese ai lati.
    “Ricòòò”.
    E i panari calavano giù dai balconi, legati allo spago, con un piatto dentro e i soldi.
    “Ricòòò”.
    E Malpelo biondo, fanali azzurri, pelle scolpita dal sole, rovesciò la ricotta di pecora lunga e stretta dalla cavagna di bambù sul piatto di porcellana azzurrina del servizio.
    “Mamma. Lo tiro su io, ce la faccio, sono forte, sono grande”.
    “Va bene, Davide”.
    “Mamma, c’è un biglietto dentro il panaro”.
    Mia madre me lo strappò dalle mani, mi rimase un pezzetto di foglio a quadrettini blu tra le dita con l’ombra di un lapis.
    “Che sente a dire ‘stu pizzino?”, grugnì mio padre.
    “Ca nenti, c’addumannai du’ ova frische…”.
    “Sì, frische comu le corna che mi vuoi appizzare ‘nta testa. La grandissima buttana che sei”.
    Mio padre gelido afferrò il piatto di porcellana e lo fece volare come un Ufo della serie TV. La ricotta si scollò quasi subito, danzò nell’aria e si sminchiò a un angolo del tavolo.
    Io mi allestii a tuffarci le mani e ad alliccarmele sapurite. La ricotta di Malpelo era speciale: sapeva di cardi e liquirizia, di origano e sacche sarbaggie.
    Mi bastava tastarne un pizzuddu e volavo n’arreri alla sua moto, a correre per le campagne di Floridia, tra i muretti a secco con gli scorpioni che facevano cucù e le marce di fichi gonfi e spaccareddi. Anzi io stavo in mezzo, tra Malpelo e mia madre, con la sua vestina a fiori azzurri dell’Upim. E mia madre che rideva e ci abbracciava stretti tutti e due.
    Che io lo sapevo che mia madre e Malpelo erano ziti quand’erano carusi e Malpelo se la portava campagne campagne a mangiare gelsi e more, a farci conoscere tutte le sue pecore, che c’avevano un nome una per una, Annina, Nunziatedda, Milina, Corinna. E poi le regalava la ricotta caura da portare a sò patri. E mio nonno, quando la vedeva arricamparsi con il muso e il vestito sporchi di sugo di more e con la ricotta caura nelle mani, gliela faceva volare via a tumbulate e pagnittuna, che lei non era cosa da farsela con un pastore. E mia nonna, a graffiarci le braccia e a tirarci i capiddi, che le macchie di more dal vestito non si toglievano manco a patate. “E io non me lo sposo a ‘stu prufessuri Buscemi”, chianceva mia madre. “Non te lo dò ‘sto sazio”, e piegava indice e anulare e teneva dritto il medio a stampare un grandissimo crigno a mio nonno. E giù tumbulate e pagnittuna.
    E ora io e mia madre scappavamo sulla moto di Malpelo, con i fiori azzurri dell’Upim che mi sventuliavano sulle gambe e sui sandali blu con l’occhio. E Malpelo rideva: “Davide, le vuoi conoscere Annina, Nunziatedda, Milina, Corinna?”. E mio padre si affacciava al balcone e io gli stampavo un grandissimo crigno.
    E mio padre mi riempiva di tumbulate e pagnittuna.
    “Ricòòò”.
    E calavo giù il panaro dal balcone.
    “Ricòòò”.
    E lo tiravo su veloce, che ero grande, che ero forte.
    “Ricòòò”.
    E dentro il panaro c’era una ricotta lunga lunga e due uova frische, una per lato.
    Che parevano un grandissimo crigno.

     

     

     

    Arturo Belluardo è nato a Siracusa. Vive e lavora a Roma. Suoi racconti sono apparsi in antologie edite da Nottetempo e dal Goethe‑Institut e sulle riviste Lo Straniero, Mag O, Succedeoggi e Nazione Indiana. Con la sua opera prima, Minchia di mare (Elliot, 2017) è stato finalista al POP 2017, al Premio John Fante e al Premio San Salvo.

    Dello stesso autore Nutrimenti ha pubblicato:
    Calafiore, 2019

     

     

     

     


     


    Marco Dell’Omo
    Pablo in fuga

     

     

     

     

    “Il battito?”
    “92”.
    “Febbre?”.
    “39,5”.
    “Ha ripreso conoscenza?”.
    “Direi di no”.
    “Su, bello, come ti chiami?”.
    “Paaabb”.
    “Pub? Come hai detto?”.
    “Paaaablo”.
    “Pablo. Ma che sei spagnolo? Vai Pablo, va tutto bene, dai che siamo quasi arrivati Pablo, alé!”.
    Adesso ricordava. Stava sul balcone di casa e guardava verso est. L’aria era ancora calda, c’era uno strascico di sole, da dietro i palazzoni spuntava il monte Velino, bianco di una neve tardiva, sentinella lontana dell’Appennino dove il contagio di quell’orrendo virus sembrava non essere arrivato.
    “Qui è tutto tranquillo, neanche un caso a Castellaccio, e nemmeno nei paesi vicini”, gli aveva detto un momento prima suo cugino Piero, al quale aveva fatto una telefonata per sapere come se la passassero in paese con l’emergenza.
    “Ah, bene. E dimmi un po’, tu che fai, che fai durante il giorno?”, gli aveva chiesto Pablo.
    “Più o meno al solito. Lo sai com’è qui, non c’è mai la folla per strada. Anche prima non è che vedessi tutta questa gente. Adesso però scusa, esco perché devo dare il fieno alla cavalla, e con l’occasione la faccio muovere un po’ su per il vallone dell’eremita, altrimenti mi si ammala”. E aveva riattaccato.
    Sul balcone del suo miniappartamento, guardando a oriente, non poteva fare a meno di pensare al paese dove era nato. Le case sulla piana circondata dai monti coperti di faggi e castagni, i piccioni che volavano da un tetto all’altro, il verso di un cavallo o di un maiale in lontananza, il suono delle campane per segnare le ore. A vivere laggiù erano rimasti meno di cento anime, comprese le monache del convento di clausura. Le restrizioni dell’epidemia, dal racconto che gli aveva fatto Piero, non avevano sconvolto la vita di nessuno. Sì, va bene #iorestoacasa, ma a Castellaccio una camminata nel bosco chiunque poteva farsela. Le file al supermercato, al massimo cinque minuti. Alle sei di pomeriggio nessuno si affacciava alla finestra per cantare l’inno d’Italia. E lui invece doveva stare a Roma, a beccarsi le tossine della reclusione solitaria in quei quaranta metri quadrati a Spinaceto e l’ansia del contagio ogni volta che usciva a fare la spesa. Aveva provato a farsi un giro in bicicletta, ma si era preso gli insulti degli anziani e le occhiatacce dei vigili urbani. Era sul punto di scoppiare.
    Il piano maturò nella notte.
    Era sicuro di farcela, doveva solo battere in furbizia le pattuglie dei vigili e dei carabinieri che controllavano le strade. Pensare di uscire dalla città in macchina era impensabile. Tutte le vie consolari erano ormai presidiate dalle forze dell’ordine. Ma lui aveva la soluzione.
    Anni e anni di gare amatoriali in mountain bike, l’ultima il trofeo di colle Gnocco, una superclassica sui sentieri della Ciociaria, vinto alla grande sul suo eterno rivale Mascioletti, ne avevano fatto un esperto di piste e sentieri di tutto il centro Italia. Si sarebbe infilato nei boschi delle montagne fuori dalla capitale e, di sterrata in sterrata , un po’ pedalando, un po’ spingendo la bici a mano, sarebbe arrivato a Castellaccio in tre o quattro giorni, e lì sarebbe stato al sicuro, lontano dalle paure, dal contagio, dalle code, dalle follie dei suoi vicini che non sopportava più, specie quel demente che ogni pomeriggio alle 18 usciva sul balcone con un radione che nemmeno un rapper del Bronx degli anni 90 e sparava La canzone del sole a tutto volume. Trovò anche il nome per l’impresa: La grande fuga.
    L’errore fu parlarne col Grezzo . Era il suo vecchio allenatore, un uomo di settant’anni ancora in grandissima forma fisica. Lo aveva tirato su quando aveva cominciato a pedalare, trent’anni prima, per la società ‘Cicli Rulli’ di Ostia antica. Sentiva che doveva dirgli quello che stava per fare.
    “Ho una cosa in cantiere, ma tu promettimi che non ne parli con nessuno”, gli disse in videochiamata su whatsapp. “E che sarà mai? Dai spara”, gli rispose l’altro. Ascoltò tutto con attenzione, si fece serio e concluse: “Non lo dico a nessuno, ma vengo pure io”. Pablo non se lo aspettava. Non tanto per l’età avanzata del Grezzo: era ancora un ottimo atleta e in bici si beveva gente con la metà degli anni suoi. È che viveva con un figlio quarantenne, ex tossico e disoccupato permanente, non per necessità ma per scelta di vita, un balordo che dipendeva in tutto e per tutto da lui. Che faceva, lo lasciava da solo così, in mezzo a quel casino della pandemia? Quello non era in grado di fare la spesa da solo, figuriamoci dover rispettare le restrizioni che aveva deciso il governo e badare alla propria salute.
    Provò a farlo ragionare.
    “Grezzo, è pericoloso uscire in due da Roma in bici. Ci fermano subito, dopo dieci secondi che pedaliamo”, gli disse.
    “E noi andiamo separati. Appuntamento a San Polo dei Cavalieri, il primo paese fuori Roma, ognuno lo raggiunge da solo, tu alle cinque di mattina, io alle cinque e trenta. Così li freghiamo”, rispose l’amico. Era determinatissimo. Evidentemente, con l’isolamento forzato da coronavirus, aveva superato il punto di sopportazione massima del menage familiare.
    Il piano fu aggiornato. Prima tappa divisi, ricongiungimento, poi, nascosti nella macchia dei boschi appenninici, i due fuggiaschi avrebbero potuto proseguire insieme, non visti da nessuno. “Come briganti al tempo del papa Re”, disse Pablo . “Ai tempi di chi?”, fece il Grezzo. “Lascia stare”.
    Si misero d’accordo sull’abbigliamento. Era fondamentale non farsi scoprire. Quindi niente calzamaglie da ciclista e caschetti, avrebbero subito attirato l’attenzione dei controllori. Invece, felpa, jeans, zainetto pieno di barrette energetiche. Bisognava dare l’impressione di essere uno che si muove in bici perché non ha la macchina, non un atleta in fuga dalla capitale infetta.
    Allo scopo Pablo si preparò un’autocertificazione in cui aveva scritto che stava andando da una zia che si era sentita male e che abitava a Guidonia, sulla via Tiburtina. La moto non gli era partita e aveva preso di corsa la bicicletta, avrebbe detto se lo avessero fermato.

    Uscì di casa prima dell’alba. Montò la torcia sulla bicicletta e cominciò a pedalare, sperando che a quell’ora di notte le pattuglie non fossero in giro. Fu fortunato. Passando per strade secondarie intorno alla Tiburtina, arrivò con un lungo zig zag a San Polo dei Cavalieri all’ora stabilita. Mezz’ora più tardi lo raggiunse il Grezzo, su una bicicletta biammortizzata da cinquemila euro . Si videro nei pressi di un casale abbandonato sulla strada che porta da San Polo al vecchio campo sportivo. Si scambiarono poche parole, guardandosi intorno circospetti. Non c’era nessuno in vista ma era bene non fidarsi. Dovettero pedalare per un paio di chilometri sulla strada asfaltata. Quando sentirono un’automobile venire dal paese, gettarono le biciclette dentro un fossato e si nascosero nella boscaglia. “I carabinieri!”, gli sussurrò il Grezzo. “Merda”, fece lui, spaventato a morte. Per fortuna la gazzella tirò dritto e i due si inoltrarono nella macchia, su una traccia che Pablo ricordava di aver percorso qualche mese prima.
    La vegetazione era fitta, e trascinare le biciclette in quell’intrico di rami e rovi non era facile. Dopo nemmeno un’ora si erano persi. Vagarono per la macchia fino al pomeriggio avanzato. Ogni volta sembrava di essere su una traccia di sentiero, che però si perdeva dopo qualche centinaio di metri. Pablo ricordava le innumerevoli volte che aveva sentito al tg regionale la notizia “gruppo di escursionisti dispersi sui monti Lucretili, li salva il soccorso alpino”. “Dilettanti”, li biasimava ogni volta. Adesso era lui a essersi perso in quell’inferno verde. Il Grezzo teneva botta, ma la frequenza delle sue bestemmie era salita al ritmo di una ogni cinque minuti. E nemmeno potevano chiamare il soccorso: li avrebbero salvati e immediatamente arrestati.
    Il sole si abbassò e in un momento scomparve dietro le montagne. Il bosco perse i suoi colori e in un istante si trasformò in un ambiente minaccioso. Graffiati e laceri i due arrivarono ai ruderi di una vecchia romitorio in mezzo a una radura. “Lo riconosco, ci siamo!”, esclamò Pablo. Il Grezzo sorrise appena. Accesero un fuoco per scaldarsi, mangiarono due barrette iperproteiche ciascuno, bevvero l’acqua che avevano portato lasciandone un po’ per la mattina, e cercarono di riposare coprendosi con un telo di alluminio che entrambi avevano portato nello zaino. “Senti”, disse Pablo al Grezzo quando si furono sistemati “io sono solo, i mei sono morti, Lorella mi ha lasciato da un anno e si è risposata, ma tu che gli hai detto a tuo figlio?”. “Non gli ho detto una beata mazza. A quest’ora mi starà cercando nelle strade intorno a casa. Che goduria, se penso alla faccia di quel debosciato… Sarà solo preoccupato di perdere la pensione mia con cui lui campa a sbafo. Che vada a farsi fottere”. Si addormentarono subito, stanchi, e in fondo felici.
    Il giorno seguente furono svegliati dal canto degli uccelli e dal rombo di una motosega. Si alzarono e mangiarono un’altra barretta. Al gusto di fragola. Pablo sentiva l’umidità che gli si era incollata intorno alle ossa. Il Grezzo sembrava in ottima forma. Si mise a saltellare a gambe unite, bevve un sorso d’acqua e gonfiò le ruote della bicicletta. C’era qualcuno, verso nord, che stava tagliando arbusti. Presero la direzione opposta, dove trovarono presto una sterrata che percorsero pedalando sulle loro bici. Erano stanchi, ma su di giri. “Questa è una grandissima impresa sportiva. Nessuno prima di noi l’ha mai fatta. Da Roma al Gran Sasso in bici, passando dritti dentro tutto l’Appennino”, diceva Pablo. “Se siamo furbi ne facciamo un business e ce la rivendiamo agli stranieri, quando sarà tutto finito”, rispondeva il Grezzo. “Già, la grande Fuga Bike Tour. Ci facciamo i soldi veri”, si entusiasmò Pablo.
    Al termine di una discesa si ritrovarono di fronte il cimitero di Roccagiovine. C’era una donna che riempiva un vaso di plastica alla fontanella. Li guardò senza dire una parola ed entrò al camposanto. Muti anche loro, riempirono le borracce e proseguirono in discesa. Si tennero alla larga dal paese, sovrastato dal castello degli Orsini, e presero una pista nella faggeta. Da lì a Orvinio, il borgo successivo, Pablo e il Grezzo procedettero spediti, senza incontrare nessuno, battendo i sentieri che si incuneavano dentro boschi sempre più compatti. Avevano le braccia e le facce completamente graffiate dalle spine. I pantaloni erano macchiati di terra e di erba. Ma Pablo sentiva il profumo della libertà che si avvicinava, e il Grezzo era un buon compagno, preciso, affidabile, di poche parole.
    Pablo aveva davanti a sé l’immagine di casa sua a Castellaccio. Un piccolo edificio, con il portone racchiuso in un archetto di pietra, come tutte le vecchie case abruzzesi. Immaginava l’odore dell’aria fresca della mattina, con quella punta quasi dolorosa che aggrediva i polmoni e li purificava del veleno respirato in città. Immaginava Giovanni, il proprietario del negozio di ferramenta, che scherzava dall’alba al tramonto con i clienti, con la sua voce di gola e le parole immerse in un bagno di “u”. Sentiva il profumo della pizza bianca che sfornava ogni mattina il droghiere, vedeva l’incedere goffo del prete, nella sua tonaca nera, e gli veniva una grande malinconia se pensava a Mary, la sua prima fidanzata al tempo delle scuole medie. Era lì che doveva tornare, a tutti i costi.
    “Grezzo patti chiari, amicizia lunga”, disse mentre si erano fermati a mangiare una barretta sul bordo di un fontanile. “A Castellaccio ti posso dare il monolocale di mia zia, pace all’anima sua, ma ognun per sé e Dio per tutti”.
    “Scappo da un rompicoglioni, non mi vado a ficcare in una casa dove ce ne è un altro”. rispose l’amico.
    Al tramonto arrivarono in vista del minuscolo lago del Turano, uno specchio color cobalto tra le montagne ripide e boscose della Sabina. Quasi sulla riva incontrarono un pastore con il suo gregge. L’uomo fischiò forte per richiamare il cane pastore che aveva cominciato a correre nella loro direzione. L’animale si fermò, ma continuò ad abbaiare minaccioso. “Venite, se non gli dico di attaccare vi lascia in pace”, disse il pecoraio. Era un uomo anziano, forse ancora più anziano del Grezzo. Quando i due si avvicinarono volle sapere che cosa stessero facendo da quelle parti.
    “Proviamo a raggiungere Castellaccio, il paese mio”, spiegò Pablo.
    “In bicicletta in mezzo alle fratte?”.,domandò quello.
    “Non ci fanno passare per strada, che dobbiamo fare?”, rispose Pablo.
    “E siete sicuri che al paese tuo vi ci vogliono?”, insistette il vecchio.
    “Certo perché?”, chiese Pablo.
    “Perché qui da noialtri abbiamo deciso di non far entrare più nessuno. Tutti questi romani che vengono a salvarsi il culo da noi, che ne sappiamo se non ci portano il malanno?”, rispose l’uomo guardando sospettoso i due ciclisti.
    “Ma io sono sano, ho fatto il tampone giovedì scorso”, mentì Pablo.
    “E allora vai al paese tuo, e sbrigati, va”, concluse l’altro. Col bastone radunò le pecore e si avviò verso un casale in fondo al prato, dal cui comignolo usciva un filo di fumo azzurro.
    “Siamo sicuri che a Castellaccio non avremo problemi?”, chiese il Grezzo quando l’uomo fu lontano
    Pablo sternutì dentro al gomito, come aveva visto fare in televisione. “Certo, figurati mi conoscono tutti da quando ero un quatranittu”.
    “Che sarebbe il quatranittu?”.
    “Il ragazzino, Grezzo, il ragazzino”. E sternutì di nuovo.
    Trovarono, per passare la notte, un riparo di pastori abbandonato. Non era un gran che ma c’era una stanza chiusa, e un camino. Accesero il fuoco e mangiarono altre due barrette proteiche. L’acqua per fortuna non mancava. Parlarono a lungo della loro fuga. Di come erano stati bravi a seminare vigili e carabinieri uscendo da Roma. Il Grezzo era stato fermato, ma aveva detto che doveva andare dalla madre novantenne malata che abitava due vie più giù e gli avevano creduto. Pablo benedisse il fatto che i cellulari si erano ormai scaricati, e dunque non dovevano più rispondere alle chat zeppe di notizie complottiste o di meme spiritosi che non facevano più ridere nessuno dopo trenta giorni di epidemia. Il Grezzo si mise a ridere pensando al figlio che si disperava a casa. Si dissero che appena arrivati a Castellaccio, riattivati i cellulari, avrebbero raccontato la loro avventura nella chat ‘Forever bike’ dei quali erano i principali animatori. “Pensa quanto sformerà Mascioletti”, disse Pablo pensando alla faccia che avrebbe fatto il suo rivale storico. Conclusero rievocando la zip generosamente abbassata nella maglia di Paola Pezzo, la vincitrice delle olimpiadi di Atlanta specialità Mtb, e si addormentarono in piena letizia, mentre fuori una civetta lanciava il suo richiamo che quella notte non faceva paura.
    La mattina Pablo si svegliò con la gola trafitta da una lama.
    “Sto freddo mi uccide”, disse toccandosi il collo. Il Grezzo lo guardò storto. “Tranquillo, sarà una freddata, adesso passa”. Ma l’amico non si fidava. “Vai avanti tu, non voglio rischi, io sono vecchio”.
    Salirono su una strada sterrata che portava sotto la cima di Monte Navegna. Da lassù finalmente videro il Gran Sasso.
    Pablo, tra un colpo di tosse e uno sternuto si sentiva come Mosé che scorge la Terra Promessa. Mosé, la Terra Promessa… Ebbe un dubbio, ma lo scacciò. Il Grezzo si teneva in disparte, e aveva smesso di sorridere.
    Scivolarono in discesa fino alla base della montagna, sull’altro versante, incrociando un gruppo di cavalli allo stato semibrado. Si nascosero al passaggio di un pick up guidato da un tipo dall’aria losca , ridiscesero ancora una strada sul bordo di un fosso. Per terra le foglie disegnavano una tavolozza di marroni, ma sui rami si cominciava a vedere qualche foglia verde. In breve furono sulla riva del lago del Salto, il fratello maggiore dello specchio d’acqua del giorno prima.
    Erano al punto cruciale della loro impresa. Due erano le alternative: o percorrere in bicicletta il lungolago, fino alla strada che sull’altro lato si inerpicava verso l’Abruzzo, ma con il rischio di essere intercettati da qualche pattuglia, oppure ricorrere all’aiuto dei pescatori. Pablo ne conosceva uno, che viveva poco lontano.
    “Andiamo da lui e ci facciamo trasportare in barca dall’altra parte. Per cento euro sarà ben felice di farlo”. Tossendo e sputando, avanti al Grezzo, sempre più torvo, di buoni venticinque metri, raggiunse la casupola e bussò alla porta. Elvio, il pescatore, di euro gliene chiese cinquecento, ci fu un po’ di trattativa, si accordarono per trecento. Il Grezzo chiese se avesse anche una mascherina per lui e una per Pablo. Il pescatore gliene fornì due fatte in casa, con la carta del forno, per cinquanta euro l’una. Per altri cinquanta euro gli preparò due panini con il prosciutto, che i due divorarono, il Grezzo, in tre bocconi, Pablo con un po’ di difficoltà nella deglutizione. Non avevano più una lira in tasca, ma a Castellaccio c’era il Bancomat, non avrebbero avuto problemi.
    La barca di Elvio portò i due ciclisti e le loro biciclette sulla riva opposta. Il Grezzo stette tutto il tempo con la faccia voltata verso la superficie d’acqua, con la mascherina fornitagli dal pescatore davanti alla bocca, nel punto più lontano dall’amico, e bestemmiava tra sé e sé. Pablo ormai si sentiva uno straccio. Il sudore della salita gli si era gelato addosso quando erano scesi per il fosso umido, e la traversata del lago aveva fatto il resto. Sentiva il cuore battergli uno si e due no, e i brividi cominciavano a scuotergli il petto. Ma non poteva fermarsi ora. Quando furono dall’altra parte inforcò la Mtb, scelse il cambio più leggero e cominciò a salire sulla sterrata che, in una ventina di chilometri, li avrebbe portati sul confine tra Lazio e Abruzzo. Il Grezzo lo superò immediatamente, senza nemmeno salutarlo. Lo ritrovò dopo un’ora, in cima alla salita.
    “Stammi lontano”, gli intimò il vecchio ciclista. Maestoso e imponente, Corno Grande, la vetta più alta dell’Appennino, spuntava dal verde dei boschi. Pablo aveva gli occhi infossati, e tossiva senza tregua. “Siamo in Abruzzo”, disse con un filo di voce e un sorriso ebete disegnato sulla faccia.
    “Ecchissenefrega”, gli rispose il Grezzo “non ti avvicinare, dimmi solo dove andiamo”.
    Pablo indicò con la testa una mulattiera che si infilava in una piccola pineta. Altri venti chilometri e c’era la libertà. Il Grezzo si buttò avanti, lui si infilò la giacca a vento e il cappello e cercò di stargli attaccato. Cadde dopo la prima curva. Il ginocchio spuntava dai pantaloni che si erano strappati. Aveva un brutto taglio che buttava sangue, ma Pablo si disse che era solo una sbucciatura. Si rimise in sella e riprese a scendere, con i freni tirati come un ciclista alle prime armi. Dopo qualche tratto ripido e qualche zig zag nel bosco, la pista si trasformò in una sterrata sconnessa. Lì sotto c’erano le prime case, da lì in poi non avrebbero avuto più problemi.
    “Ci siamo”, pensò . Ce l’aveva fatta. Sorrise pensando al vicino con la radio che cantava Battisti. Ebbe pena di chi era rimasto a casa a lamentarsi di non poter andare a fare una corsetta. Provò pietà per gli amici costretti a lavorare, ce n’era uno che faceva l’infermiere, e che avevano una continua paura di prendersi ‘sta robaccia del corona. Per lui cominciava una vita nuova. “Addio signori miei, venitemi a cercare, se siete bravi”, si disse.
    La sterrata finiva in una specie di fosso, poi risaliva con una breve erta verso la strada asfaltata. Il Grezzo era dietro un albero, che lo aspettava. “Ehi!”, disse Pablo facendo uno sforzo per far uscire il fiato. Due pedalate, che gli sembrarono dure come il piombo, e lo raggiunse.
    Si accorse solo allora della macchina della polizia.
    “È lui”, disse il Grezzo agli uomini in divisa “attenzione che è infetto. Me l’aveva nascosto, questo bastardo”.
    Gli occhi gli facevano male, e non riuscì a distinguere le facce dei due agenti, anche perché erano per buona parte coperte dalle mascherine Ffp3 in uso alle forze dell’ordine. Sentì però la stretta della mano guantata che gli immobilizzava il braccio. “Documenti, per favore”, gli disse l’agente. Prese a tossire, e la stretta se ne andò, poi tornò più forte. L’ultima cosa che vide fu lo sguardo carico di odio del Grezzo.
    Poi ebbe il tempo di svenire. E finalmente si sentì forte, invincibile, vittorioso, quando qualcuno lo alzò da terra per portarlo in trionfo, e poi lo mise su un grande van bianco che scese a precipizio le curve a gomito della statale 17 a sirena spiegata, e sentì la gente che lo acclamava scandendo il suo nome. “Pablo”, “Pablo”, “Pablo”. La grande fuga era finita. Ora, finalmente, era il momento di godersi la vittoria.

     


    Marco Dell’Omo (L’Aquila, 1958) ha lavorato per molti anni all’Ansa come giornalista politico. Per la Rai ha scritto i docufilm Buonasera Presidente, Oriana Fallaci: il lato oscuro della luna e Storia di Nilde. È autore del libro I conquistatori del Gran Sasso (CDA & Vivalda, 2005).

    Di Marco Dell’Omo Nutrimenti pubblicherà prossimamente: La banda Gordon.

     

     

     


     


    Fabrizio Pasanisi
    Una boccata d’aria

     

     

     

    Tante volte Franz Kafka ha provato a immaginare come fosse il mondo di fuori, rinchiuso com’era nel proprio guscio, costretto in un ambiente opprimente, recluso nei recessi della propria mente, dalla quale cercava di liberarsi. Finì per deformare il mondo esterno, finì per tramutare in angoscia l’attesa; ma riuscì a rendere quello stesso mondo qualcosa di tangibile, persino di ovvio, quasi di scontato, sebbene restasse una proiezione del vero, un possibile in rapporto al quale ogni individuo finisce per annientarsi. Kafka si salva, ci salva, solo grazie all’incompiutezza delle sue opere maggiori, altrimenti la nostra fine è segnata. Il processo, per noi, non lascia scampo.
    Nei giorni della reclusione il pensiero va spesso a lui, noi diventati insetti, noi in attesa di un giudizio non più procrastinabile. Tutto appare scritto, come leggi divine, non capiamo, cerchiamo di cogliere le contraddizioni persino tra i numeri, vorremmo essere ammessi al castello per avere risposte, per sapere. Guardiamo la televisione nell’ossessiva ricerca di qualche verità che ci manca, persino metafisica, ci sentiamo spettatori, o addirittura vittime, inermi, in attesa.
    Adesso tutto è spento. Mi guardo intorno e vedo solo i libri in cui trovare appiglio, la televisione non mi può bastare, nemmeno Internet: solo con i libri il dialogo è sincero. Poi c’è quella porta, l’ultima, chiusa, è come se qualcuno dall’altra parte mi impedisse di aprire, e in questo modo mi impedisse di essere. C’è un guardiano, invisibile. Si tratta di uno strano sentimento, come in Kafka, o in Buzzati, sono Giovanni Drogo del Deserto dei Tartari: non posso fare come vorrei, pur sapendo che quel chiavistello è soltanto illusorio, c’è e non c’è, è fatto di regole superiori ed è fatto delle mie paure, o semplicemente del mio senso di appartenenza. Ci hanno levato la libertà ma hanno ragione a farlo, è evidente, sono con loro, con chi combatte il pericolo anche per me. Io devo soltanto resistere, fare finta che sia tutto vero, tutto giusto. So che nella vita conta il presente, il futuro non esiste, ma è al futuro che guardo. La guerra, il nemico, lì fuori, e noi piccoli, impotenti, nemmeno soldati, soltanto sudditi, forse degni.
    Abito in un minuscolo appartamento, all’interno di un grande palazzo. Ci sono tre scale, almeno cinque o sei piani – io sono al terzo, e non mi sono mai avventurato sopra il mio livello –, una notevole quantità di porte dietro le quali c’è una notevole quantità di famiglie. Anche qualche studente in affitto, anche un paio di B&B dai quali ho visto qualche volta uscire persone così diverse, i visitatori della nostra città. Un palazzo normale, di quelli che sarebbero piaciuti a George Perec, capace di raccontare, nel suo puzzle di vite, quell’incrociarsi di esistenze che fanno ambiente, comunità, mondo.
    Il fatto che mi ha sempre più sorpreso di questo grande spazio abitativo, è quanto sia tranquillo. Non siamo in campagna, non siamo in qualche condominio in montagna in cui si va per cercare la pace. Siamo all’interno di uno dei quartieri più popolosi della città più grande d’Italia. Quanti siamo me ne accorgo quando, tornando a casa, devo cercare un parcheggio per la mia vecchia automobile. Nei limiti del consentito, mi accontenterei di un angoletto qualsiasi, anche distante dal portone, tanto, un po’ di cammino non mi farebbe male. Invece mi metto a girare per un tempo infinito, rendendomi conto che si può costruire verso l’alto, riempiendo piani e piani di gente, ma il problema resta in basso, dove tutti prima o poi confluiscono.
    Fuori è un caos, dentro invece, nel cortile comune sul quale affaccia la mia camera da letto, c’è il silenzio. Ogni tanto si sente la voce di un litigio, o una musica a volume piuttosto alto, specie d’estate, ma niente di più, tutto rientra presto, tutto è assorbito. Silenzio, a meno che arrivi il suono di un’ambulanza, in lontananza, come l’ultima eco proveniente dalla città. È tutto così tranquillo, e i miei coinquilini sono così discreti, che posso dire di non conoscere nessuno. E che nessuno mi conosca. Certo, saluto sempre, se la incrocio, l’anziana signora del piano di sotto, quella che torna a casa con buste della spesa deformate dalla quantità di oggetti ammassati. La saluto, niente di più. Saluto, e vengo salutato, da due studenti la cui casa si affaccia sul mio stesso pianerottolo. Faccio un segno di intesa con la testa con l’ingegnere – credo sia un ingegnere –, quello che indossa sempre gli occhiali da sole. Saluto anche la signora del piano di sopra, quando esce con quel cagnolino che ogni tanto sento correre sopra la mia testa, e all’inizio mi infastidiva, come la pallina di Kafka che rimbalza senza ragione, ma poi è diventato un piccolo diversivo alla mia solitudine.
    Non conosco nessuno eppure mi sento a casa, mi sento a mio agio, come se questa piccola, ma non troppo, comunità, che compone il condominio, desse vita all’unica oasi di pace in una città fatta per lo più di gente indisciplinata e anarchica, com’è questa in cui sono nato.
    Tutto questo fino a oggi, o a ieri. Adesso sono rinchiuso qua dentro, come tutti. Ho soltanto il mio momento d’aria quando vado a fare la spesa, e persino fare la fila al supermercato, a distanza di sicurezza, potrebbe essere motivo di distrazione. Quando esco difficilmente incontro qualcuno, e di certo non in ascensore. Preferisco non prenderlo, forse è più prudente, e comunque questi tre piani a piedi, quei pochi minuti di ascesa, mi fanno bene, almeno credo. Immagino che anche i miei vicini di casa siano tutti al loro posto, a pochi passi da me, dietro le porte. Tranne chi sia costretto al lavoro, o chi abbia problemi inderogabili. Escludo che qualcuno di loro infranga le regole, non sarebbe in linea con l’educazione che regna nel condominio, o con i volti gentili che ho tante volte incrociato. Siamo qui, tutti insieme e ognuno al proprio posto, e attendiamo la fine. No, non la fine di tutto, non che l’epidemia ci annienti, ci mancherebbe. Non siamo diventati scarafaggi, il castello là fuori c’è, il processo potrebbe iniziare, ma non ora, non è giunto il momento.
    Tra i miei libri, tra quelli che tengo a portata di mano e con i quali mi confronto più spesso, ce n’è uno piuttosto corposo, di un filosofo che aveva tante cose da dirci. Lui è Ernst Bloch, il libro ha un titolo bellissimo, che attenua un po’ l’impatto con i tre volumi da cui è composto: Il principio speranza. In uno dei primi paragrafi, proprio all’inizio, chiamato “A casa è già viaggio”, ci dice:

    La nostra vita era protetta e orlata lassù in alto dai merli, ma su questi si poteva salire in ogni momento per guardare lontano. Questa connessione di spazio stretto e belle terre esotiche non si cancella nemmeno in seguito. Ciò è a dire: la terra dei desideri è da questi tempi un’isola.

    Non so se mi ascolta, cara signora del piano di sotto, la mia isola, la sua, sono così vicine. Vorrei chiederle se ha bisogno di qualcosa, spero che suo figlio – perché lei ha un figlio, vero? – abbia organizzato per lei un modo perché le portino la spesa, e adesso se ne possa restare ancora più rintanata di prima. Vorrei portarle qualcosa, un fiore, ma, sa, sono molto impegnato, sono costretto.
    No, non lo farò. I miei vicini non conoscono quello che contiene il mio appartamento, fino a esondarne, come il fiume in piena. Il reparto di poesia, quello di filosofia, i russi, i francesi… I tanti contemporanei che si mischiano tra di loro in attesa di essere definiti. Ho scoperto di non amare premi e premiati, né alcun tipo di classifica. Conta poco se un autore abbia vinto persino il Nobel, o il più prestigioso o reietto riconoscimento nostrano; conta la presenza di un opera nel tempo, e conta il mio insindacabile interesse per lei. Le sole classifiche che mi riguardano partono dal basso, non dall’alto, comprendono non il vincitore, ma semplicemente il sacrificabile, il libro che non leggerò mai, e mai entrerà a pesare nella mia biblioteca. Con quegli esclusi il giudizio è stato tranchant, non ho tempo per loro. Capisco, si tratta di una scelta arbitraria, criticabile, un po’ spietata, non segue il dettato in base al quale ogni libro ha qualche cosa da dire. Forse mi perdo qualcosa, è probabile, e quale ultimo scrupolo ho il mio Enfer, una piccola serie di volumi lasciati sull’orlo del giudizio, non ancora accettati, non ancora rifiutati. Ma il dubbio è già scelta, temo, e prima o poi dovranno lasciare spazio ad altri libri, più appropriati.
    Cosa devo dirle, cara signora, meglio Montaigne o la Guida galattica per autostoppisti? Mah, il primo mi aiuta a pensare, il secondo non smette di farmi ridere, come Rabelais, come Boccaccio. Meglio le parole posate di Seneca al suo fido Lucilio, o le irriverenti avventure di Céline? Meglio il fine-tutto, il vuoto di parole di Beckett o l’eterna primavera del Sogno di una notte di mezza estate? Meglio la discesa nel Sabba faustiano o l’ascesa eterea della Commedia di Dante?
    Non so, lascio ad altri la scelta. In un certo momento può andare bene anche un Limerick, ha presente?

    C’era un vecchio dell’Aia,
    Dalle idee piuttosto vaghe;
    Si costruì un aerostato
    Per guardar meglio la Luna,
    Quel vecchietto, illuso dell’Aia.

    Potrei forse dirle che il mondo là fuori non mi interessa, non mi interessa il parere degli altri, condividerne i bisogni? Non so. In effetti ho tutto con me, vivo di poco, detesto gli chef, e l’automobile che utilizzo me l’ha lasciata mio padre, e ancora resiste. Per il resto cammino, di rado ma cammino, e non ho bisogno d’altro. Adesso mi hanno chiuso in casa: qualcuno già credeva che fossi una persona bizzarra, piuttosto solitaria, non mi fermavo a dire a nessuno con un sorriso “Che bella giornata”, o con una smorfia “Un tempo da lupi!”. Qualcuno mi considera un pazzo, credo, un disadattato, uno che non si capisce come possa vivere. Rispetto chi lo pensa, per carità, e il mio rispetto deriva dal fatto che non mi interessa il giudizio degli altri, quello sommario, su di me o su di un libro. Mi interessano le analisi, ma per quelle ci vuole tempo, e acutezza. Potrei comunque rispondere con le parole di Nietzsche, molto più urgenti e pertinenti delle mie:

    La follia è nei singoli qualcosa di raro – ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la regola.

    Lo so, capisco, sembra una cosa scritta da Nietzsche pro domo sua, e da me utilizzata di conseguenza, ma tant’è: parla lui, non io, e questo è il bello della cultura, lui se ne assume la libertà e io divento un passacarte.
    Adesso mi hanno chiuso in casa. Ma io ero già chiuso in casa. Non tengo soltanto il nemico fuori dalla porta, tengo la vita, spesso, se vuole la realtà, nelle sue tante forme, di fuori. Mi accontento dell’arte, mi accontento di un mondo definito e sicuro. Se poi non è finito, come “L’uomo senza qualità” di Musil, come “Il castello” di Kafka, come la “Pietà Rondanini” di Michelangelo, tanto meglio!
    Sa, alla fine, cara signora, sono tornato a Kafka. Sto rileggendo un suo racconto, una delle ultime cose che scrisse prima di morire. Si intitola “La tana”. Le dicevo, io ho i miei libri, con loro me la cavo, potrei anche non accorgermi di niente se arrivassero gli extraterrestri, insieme al virus, e ci portassero via. Tra le pagine dei libri, respiro. Le dicevo, quel racconto: ha a che fare con noi. Sa cosa scrive Kafka?

    La cosa più bella della mia tana è il silenzio.

    Certo, proprio come qui, da noi, nel condominio. Lui è un po’ più solo, isolato, forse come son’io, sta bene lì dentro perché quel luogo è il suo rifugio, il rifugio del protagonista, uomo o animale che sia. Lo ha costruito scavando stanze e cunicoli, lo cura spostando le proprie cose, riponendole da un posto all’altro. Si adatta alle necessità, incluso il pericolo che arriva da fuori. E, quando si avvicina all’uscita, lo fa con una certa solennità, poi magari ci ripensa, torna indietro.
    Lo so, lei mi sorride, noi non siamo così, pensa. Noi ci siamo, l’uno per l’altro, stiamo facendo qualcosa insieme, e chissà se da questi momenti bui non possa ripartire, prima o poi, qualcosa di bello. Lo so, ho imparato a conoscerla nei nostri brevi incontri, lei sta pensando che magari, dopo la crisi, dopo il dolore, magari noi, tutti insieme…
    Cara signora, se lei lo conoscesse saprebbe che il racconto di cui sto parlando finisce così:

    Tutto invece è rimasto immutato.

    No, non si preoccupi. Glielo dicevo, Kafka ci spaventa, poi ha questo di rassicurante: molte delle sue storie sono incompiute. Nemmeno lui ha avuto il coraggio di dirci come sarebbe andata a finire, e, in fondo, conta così poco.

    Fabrizio Pasanisi è giornalista, autore televisivo e studioso di letteratura. Ha tradotto Il riflusso della marea di Stevenson (Sellerio, 1994), Il salvataggio di Conrad (Nutrimenti, 2014) e Gli Allegri Compari di Stevenson (Nutrimenti, 2016). Con il romanzo Bert e il Mago ha vinto il Premio Bagutta Opera Prima 2013 e ha ricevuto la menzione speciale della giuria al Premio Calvino 2012.

    Dello stesso autore Nutrimenti ha pubblicato:
    Bert e il Mago, 2013
    L’isola che scompare, 2014

     


     

    © 2020 Nutrimenti srl
    Prima edizione marzo 2020
    www.nutrimenti.net
    via Marco Aurelio, 44 – 00184 Roma


     

    1. Zoe Caballero

      Pablo in fuga. Un bel racconto ,breve ma intenso….

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