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  • Gli scrittori ci raccontano

    Cronache da un mondo socchiuso

    La quarantena è un’esperienza difficile, ma inedita. Nutrimenti ha chiesto ad alcuni dei suoi autori di darne testimonianza. I loro brevi racconti saranno periodicamente condivisi sui nostri canali social e sul nostro sito www.nutrimenti.net.
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    Fabrizio Pasanisi Marco dell’Omo Arturo Belluardo
    Una boccata d’aria Pablo in fuga Viaggio al termine della ricotta
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    Giulia Caminito
    Giuliano Gallini Lorena Spampinato
    Apnea
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    Senzatetto
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    Ti ricordi?
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    Giacomo Verri
    Ilja Leonard Pfeijffer Luigi Irdi
    Difficile come guardare dentro ai sassi
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    Diario virale
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    Non si sa mai
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    Non si sa mai.
    Luigi Irdi

     

    Sulla soglia del pronto soccorso e con una coperta in testa per proteggersi dalla pioggerella, scossa dai brividi della febbre e zuppa di sudore per l’overdose di tachipirina, Sara Malerba si sentiva più sollevata. Sfiorandola con un dito, un’infermiera in tuta verde da palombaro la spinse in uno stanzino, verde anch’esso, e sulla soglia Malerba fece appena in tempo a scorgere la targhetta ‘Paziente isolato’, mica uno come tutti, un paziente da tenere in alta considerazione, pensò assaporando perfino il piacere di questa inattesa promozione, da paziente ordinario a paziente speciale. Le assegnarono il letto numero 9 di una stanza per tre nel reparto di Breve Osservazione. Il numero 8, in mezzo, era libero. Sul 7 era sdraiata una signora sui sessanta con un paio di occhi verdi molto grandi, molto belli e spalancati sopra la mascherina di garza che le copriva il naso. Malerba assestò la sua. Fine dell’isolamento.
    “Che c’hai tu? Quella brutta malattia che gira oggi?”, le chiese.
    “La febbre alta, molto alta, e la tosse. Ma se mi hanno messo qui con lei no, la brutta malattia non dovrei averla, o almeno non lo sanno per certo”.
    “Io c’ho un rene guasto. È un mese che sto qua e devo rimanere un po’. Forse me lo cambiano. Ma non si sa mai”, disse la donna. Si era spostata sul fianco destro per osservare meglio Sara e la camicia da notte lilla che indossava muoveva qualche ombra su un corpo ancora mobile e leggero.
    “Che fai nella vita tu?”, chiese. E aggiunse: “Io c’ho un banco di verdura e uova al mercato a Testaccio. Poi magari me vieni a trovà. Ora il mercato è chiuso pe’ ‘sta storia della brutta malattia, ma tra un po’…”.
    “Ci vengo sì”, disse Malerba. “Io faccio il magistrato”.
    “Ah forte! Arresta tutti qua dentro va… Anzi no, porelli, so’ tanto carini, davvero. E bravi. Che prendi a colazione?”.
    “Che danno?”.
    “’Na marmellatina, cappuccino d’orzo oppure il tè. Le fette biscottate o un paninetto. Tu che preferisci?
    “Fette biscottate e cappuccino vanno benissimo”.
    “Glielo dico io a Elisa. L’infermiera della sera, sempre che passi prima, che non si sa mai quella come si muove. Un amore di ragazza però, di Frosinone. E tu come ti chiami?”.
    “Sara”.
    “Io Donatella. Piacere”.
    “Piacere mio”, disse Malerba.
    “Ce l’hai le mascherine? Te ne faccio portare una decina così stai a posto. Ogni volta che entra qualcuno te la devi tirare sul naso sennò si innervosiscono”.
    Non è vero che la prima notte in ospedale non si riesce a dormire, anzi, si dorme benissimo, pagando prima qualche prezzo. Il fastidio dell’installazione idraulica dell’accesso in vena, che poi non sarebbe niente al confronto del prelievo arterioso quando ti affondano un ago nel polso alla ricerca della sorgente più nascosta di sangue. Qualche minuto prima dell’attacco, mentre un paio di infermieri avvicinavano un carrello di sinistri attrezzi da esplorazione, Malerba aveva cominciato a passare in rassegna mentalmente i film di guerra che ricordava. L’idea era che concentrandosi sulle terribili ferite e mutilazioni dei soldati al fronte e sulle cliniche di riabilitazione per veterani, quelle dove si vedono giovani sventurati con le gambe trafitte da segmenti di acciaio, avrebbe provato meno dolore per qualche banale puntura. Forse lo sbarco in Normandia di Salvate il soldato Ryan ( Steven Spielberg, 1998) poteva andare. Estrasse il taccuino rosso dalla borsa e prese nota.
    C’era poi una questione di dignità. Non voleva mostrare il suo spavento. Quando l’infermiere le annunciò “scusi ma questo le farà un po’ male”, Sara strinse le labbra e reagì alla fitta rabbiosa tirando un calcio alla sbarra laterale del letto. “Scalci pure, dottoressa, ma tenga fermo il polso”. La febbre tornava a salire, ma Malerba si sentiva protetta e soprattutto non più sola. Indossò un pigiama bianco odoroso di lavanda e ripiegò gonna e camicetta in un armadietto senza chiave. L’indomani avrebbe informato del ricovero il Procuratore Cantalamessa. Qualche collega avrebbe dovuto sostituirla in udienza, ammesso che il presidente del Tribunale non avesse già decretato la moratoria Covid 19 e ordinato il ‘tutti a casa’ in smart working. Si addormentò tranquilla con il braccio destro disteso fuori dal letto, la mano aggrappata al trespolo della flebo.
    Fu la sete a svegliarla. Raggiunse a piedi nudi il bagno spingendo con cautela il trespolo delle flebo a cui nottetempo erano state aggiunte due nuove piccole sacche.
    “Buongiorno. Devi sta’ attenta perché se ti si storce l’ago in vena poi te rifanno tutto da capo. Qua non si sa mai che ti capita”, la apostrofò Donatella. “C’è la colazione sul tavolino”.
    “Buongiorno a lei, Donatella. Grazie”.
    In bagno trovò il modo di accompagnare il trespolo accanto al water e di lavarsi le mani senza bagnare troppo la matassa di garze e cerotti che le fissavano l’ago cannula sul dorso della mano destra. Tornò verso il tavolino e sedette davanti al vassoio. Un cappuccino ormai freddo in un bicchiere di plastica, una confezione alberghiera di marmellata alle fragole e sei pacchetti di fette biscottate.
    “Le fette biscottate te le ho fatte aumentare io perché te ne toccherebbero solo due, cioè un pacchetto e invece così sono dodici. Devi avere fame. Ieri non hai nemmeno cenato”.
    “Un pensiero gentile, grazie. Ma non ho fame. Mangio la marmellata, quella sì”.
    “Allora se non ti dispiace le fette biscottate le prendo io, che non si sa mai andassero sprecate”, disse rapidamente Donatella.
    “Certo, non si sa mai”, rispose Malerba. La divertiva questo intercalare di Donatella, il “non si sa mai”, l’ammonimento dell’incertezza esistenziale, un memento mori da corsia ospedaliera. Si alzò, raccolse le sei confezioni plastificate e le appoggiò sul comodino del letto numero 7. Donatella le sorrise, e spinse le fette biscottate nel cassetto. Tirò la mascherina su naso e si girò sul fianco sinistro.
    Al secondo giorno di ricovero Sara Malerba aveva registrato il ritmo degli eventi e i loro passaggi obbligati. La sveglia, la razione extra di fette biscottate da consegnare a Donatella perché “non si sa mai che poi le buttano”, il termometro e la terapia, il rapido passaggio del medico, pisciatina nel bicchierino sterile per le analisi e una provetta di sangue da regalare al laboratorio, una quotidiana tassa di soggiorno. Intorno alle 8 del mattino, poco dopo l’ora di colazione, registrò che la signora Donatella si alzava con qualche lamento trascinando con sé il trespolo della flebo, indossava una vestaglia grigia e troppo larga e si avventurava in corridoio girellando di stanza in stanza, salutando e scambiando due chiacchiere da corsia con le altre pazienti. Riappariva dopo una mezz’ora, con gli occhi bassi e la fronte corrugata, piena di pensieri, si infilava sotto le lenzuola con tutta la vestaglia, sistemava il trespolo all’altezza del cuscino e non si muoveva più fino a sera.
    La febbre non scendeva e le analisi non parlavano chiaro e così Malerba fu spostata per precauzione in una delle sei stanze del reparto Covid 19. Il dottor Pantani si presentò in scafandro con visiera ermetica e con una voce che affiorava dalle profondità della tuta le spiegò che non c’era da preoccuparsi, davvero, solo una precauzione, e anche se a rigor di protocollo non le era dovuto nemmeno il tampone faringeo, glielo avrebbero fatto lo stesso perché, insomma, questa febbre era veramente insistente e maligna e a dirla tutta, rise nervosamente, con un sostituto procuratore della Repubblica come lei non avevano voglia di correre rischi superflui, e comunque, cioè, non voleva dire con questo che avrebbero trattato diversamente un altro paziente, ma insomma, alla fine meglio fare il tampone che non si sa mai. Eh, no che non si sa mai, pensò Malerba di pessimo umore mentre una porta antincendio si chiudeva alle sue spalle lasciandola in un’isoletta deserta, un letto, una finestra affacciata sul cortile interno e le canne fumarie dell’impianto di riscaldamento.
    Venne l’infermiera Elisa, per il tampone.
    “Apra la bocca e tiri fuori la lingua, ma fuori fuori eh…”. Malerba eseguì.
    L’infermiera le spinse un cotton fioc fino alle tonsille stimolando un conato di vomito e un colpo di tosse che Malerba non riuscì a trattenere.
    “Bravissima! Questo volevo!”, esclamò l’infermiera entusiasta dietro la maschera di plexiglas che Malerba aveva sputacchiato. Poi prese un secondo tampone e glielo infilò su per una narice fino a farle male. Fece ruotare il bastoncino, lo estrasse e lo ripose in una custodia trasparente.
    “Grazie dottoressa, ci vediamo. Il pranzo glielo lasciamo fuori dalla porta, quella gialla. Sul comodino c’è il telefono. Se serve qualcosa faccia il 13 e risponde la suora”.
    La svegliò il telefono. Era circa mezzanotte. Era Elisa. Si scusava, naturalmente, però il protocollo diceva che l’esito del tampone andava comunicato immediatamente al paziente e siccome il suo era negativo, bè, immediatamente voleva dire immediatamente. Poi, aggiunse Elisa, in mattinata sarebbe passato il medico ma dalle analisi sembrava che il febbrone fosse dovuto a un’infezione, forse un’infezione alle vie urinarie, non è che per caso aveva avuto fastidi e dolori nel fare la pipì? In mattinata l’avrebbero riportata in Breve Osservazione. Contenta?
    Alle 7 e qualche minuto si alzò e si trascinò in bagno per lavarsi coscienziosamente il viso con la mano sinistra, essendo sempre la destra occupata dall’impianto idraulico di aghi, microrubinetti e tubicini intercomunicanti. Passò le dita tra i capelli per ristabilire l’ordine e ripresentarsi con un briciolo di compostezza nel reparto di Breve Osservazione.
    La lasciarono aspettare. Solo nel primo pomeriggio un portantino senza particolari corazze, salvo la mascherina d’ordinanza, la fece accomodare su una sedia a rotelle e la spinse fino alla sua vecchia camera.
    La signora Donatella la accolse con un sorriso largo e limpido che si poteva leggere solo negli occhi. Era seduta sul letto, indossava un abito leggero rosa e una giacchetta di maglina blu. Accanto a lei, sul letto, una valigia di taglia media dall’aria malandata.
    “Ciao bella ragazza. Hai visto che non ce l’avevi la brutta malattia?”.
    “Per fortuna. Ma che spavento”.
    “E te credo, porella. Io me ne vado”.
    “Davvero? E il rene?”.
    “Mi chiamano quando ce n’è uno buono per me. Tu che fai, rimani?”.
    “Ancora qualche giorno. Devo finire gli antibiotici”.
    “Vienimi a trovare. Banco 46 al mercato di Testaccio. Se non ci sono io c’è mia figlia”.
    “Ci vengo sì”, sorrise Malerba tendendo la mano.
    Donatella la rifiutò. “Non ci si tocca più, da quando c’è il virus.  Ci vediamo”, disse. Afferrò la valigia e la trascinò giù dal letto. Mosse un passo, e con un lieve gemito meccanico la piccola serratura della valigia cedette. In uno scroscio di plastiche impastate si riversò sul pavimento una cascata di confezioni di fette biscottate, marmellate e bustine di zucchero e una voluminosa matassa azzurrina di mascherine chirurgiche compresse in un groviglio inestricabile. Malerba spalancò gli occhi e li sollevò verso quelli di Donatella, sempre più verdi e profondi.
    “Cosa accidenti….”, balbettò Malerba.
    Donatella era in ginocchio accanto al letto. In pochi secondi la valigia fu di nuovo riempita e richiusa.
    “Bè, ora che vuoi fare, mi arresti?”.
    Malerba la fissò. “Potrei, sì. E’ un furto. Poi, dico, rubare le mascherine all’ospedale che ti cura. Ma che ti salta in testa?”. Malerba si accorse di aver usato per la prima volta il tu. Avvertiva un improvviso salto tra la debolezza del corpo e la rabbia che le montava nel cuore.
    Donatella sembrò rifletterci un po’ su ma sul suo volto non c’era alcun segno di imbarazzo. Anzi, il suo sguardo era più tracotante.
    “Facciamo così”, disse. “Ti lascio le fette biscottate, le marmellate, e mi tengo le mascherine. Lo sai no quanto costano fuori?”.
    “Facciamo che ora sparisci e lasci tutto qui”, replicò Malerba dalla sedia a rotelle impugnando il telefono cellulare di servizio.
    Donatella diede una scrollata di spalle le dedicò una smorfia di disgusto. “Stronza. Infame. Sbirra”. E infilò la porta sibilando qualcos’altro.

     

    Luigi Irdi è romano e ha 67 anni, di cui 45 passati nei giornali (Corriere della Sera, l’Europeo, il National Geographic Magazine, Venerdì di Repubblica). Ha scritto romanzi, poesie, canzonette e ora esordisce nella ‘crime fiction’ pubblicando a giugno, per Nutrimenti, Operazione Athena, in cui debutta un nuovo protagonista, il Pubblico Ministero Sara Malerba.

     

     

     

     

     


     

     

     

    Pubblichiamo un estratto dal Diario virale di Ilja Leonard Pfeijffer, in cui lo scrittore olandese, che vive a Genova dal 2008, sta raccontando la sua quarantena per il quotidiano olandese NRC Handelsblad e il belga De Standaard.

    Ilja Leonard Pfeijffer
    Diario virale

     

    Genova, venerdì 20 marzo 2020

     

    Nella mia vita mondana di un tempo non c’era tempo per le verdure. Ma ora che il mondo si è fermato vado quasi ogni giorno al negozio di frutta e verdura di Carlo e Amanda.

    Ai vecchi tempi io e Stella li salutavamo frettolosamente al mattino, mentre ci facevamo strada tra i genovesi e i turisti per fare colazione da qualche parte con la focaccia fresca e una brioche alla crema prima che Stella aprisse la sua galleria, e di nuovo li salutavamo fugacemente la sera, quando dopo una lunga giornata di lavoro loro avevano sistemato le cassette di verdura vuote e noi speravamo di trovare un posto in uno dei ristoranti affollati.

    Ora sembrano essere gli unici ancora in vita in quella parte di via Canneto il Lungo. Le loro colorate cassette di frutta sono esposte in un contesto grigio post-apocalittico di saracinesche chiuse. E mentre con i guanti incartano la mia spesa, ho un sacco di tempo per parlare con loro attraverso la mia mascherina alla distanza appropriata di due metri dall’ingresso del loro negozio.

    “Siamo ancora fortunati”, dice Carlo. “La maggior parte dei settori si è completamente fermata. Ma la gente deve ancora mangiare. Abbiamo clienti come te e siamo felici di essere in grado di fornire questo servizio, ma è difficile. Prima fornivamo dieci ristoranti. Questo rappresentava oltre la metà del nostro fatturato. Quando dico che sopravviviamo, in realtà dico già troppo”.

    Gli dico che non avevo mai mangiato così bene e sano come negli ultimi tempi.

    “Lo hanno detto in molti tra i nostri clienti. All’inizio erano felici di avere finalmente il tempo di cucinare bene. Si scambiavano le ricette. Ma ora, dopo una settimana, per la maggior parte di loro l’entusiasmo è svanito. Ne hanno avuto abbastanza”. Appoggia la mia spesa sulla cassetta. “E anche noi”.

     

     

    Genova, venerdì 27 marzo 2020

     

    Abbiamo sentito un gufo. Devo formularlo in modo diverso: proprio nel cuore del centro storico della metropoli di Genova, che ha circa gli stessi abitanti di Amsterdam e che normalmente ha la voce rauca delle lamentele che soverchiano le grida del porto, del traffico e degli ubriaconi, abbiamo sentito un gufo. È che l’abbiamo sentito entrambi, io e Stella, altrimenti avrei pensato che il silenzio esasperante avesse cominciato a bombardarmi di illusioni.

    L’acqua nei canali di Venezia sembra essere tornata chiara. Si possono vedere i pesci nuotare. Lo smog eterno di Milano si è dissolto nel nulla. Alcuni problemi irrisolvibili sono stati semplicemente aboliti. Per esempio non ci sono più dipendenti dal gioco d’azzardo.

    Da un lato sono felicissimo quando Stella mi manda in missione per rimpolpare le carenze delle nostre scorte. Ogni scusa è buona per uscire di casa. Ma dall’altro sono sempre più riluttante a vedere come il virus ha ridotto la mia città. Il grigio delle saracinesche chiuse domina la scena in strada. Individui mascherati si trascinano a fatica lungo le facciate. Li evito come i lebbrosi. Nessuno parla. Anche le persone in fila fuori dal supermercato sono distanti molti metri l’uno dall’altro e aspettano in silenzio, come per commemorare i defunti. Ogni tanto un’ambulanza passa a sirene spente. La morte si insinua silenziosamente e quando cammino per strada ho l’impressione che abbia già vinto. La mia città non è più la mia città.

    Il nuovo ponte, che sostituirà il Ponte Morandi crollato il 14 agosto 2018, sembra essere in via di completamento. A nessuno importa. Nessuno ci presta attenzione. Non è nemmeno sul giornale locale.

     

     

    Genova, mercoledì 1 aprile 2020

     

    La chiusura dell’Italia, annunciata tre settimane fa in un passato inimmaginabilmente lontano, sarebbe durata fino a venerdì. La sospensione di tutte le cose divertenti, come andare a teatro, mangiare fuori in uno dei nostri innumerevoli ristoranti preferiti, passeggiare nel porto con Stella, prendere un caffè al sole e scherzare con gli amici, doveva essere revocata entro la fine di questa settimana. Mio Dio, non vedevo l’ora che il 3 aprile arrivasse. Ho resistito sino a ora principalmente pensando a quel venerdì 3 aprile. Ma il virus continua a proliferare, anche se le cifre secondo alcune interpretazioni suggeriscono un cauto ottimismo a lungo termine, e temevo la decisione che finalmente è arrivata oggi: il blocco completo è prorogato di almeno due settimane.

    Uno non si abitua al silenzio. Dovrei considerare tutto questo come una vacanza, ma se fosse una vacanza andrei a godermi la vita in città. Dovrei pensarla come un’occasione di lavoro, ma non riesco a concentrarmi su nient’altro che quel silenzio invadente che non è giusto.

    Domenica prossima è Pasqua. Ancora più in Italia che altrove è una festa di famiglia. In passato, indipendentemente da qualsiasi mio piano personale o opinione su qualcosa, ero intrattenuto in modo cogente dalla famiglia di Stella. In circostanze normali i difficili negoziati sul menu ci avrebbero coinvolto già da almeno una settimana. Ma le visite alla famiglia quest’anno sono fuori discussione. La Pasqua è stata abolita.

    Stella ha trovato un sito di un ristorante in Valtrebbia che consegna a casa un pranzo festivo di Pasqua completo. La sua idea ora è quella di far consegnare lo stesso menu la domenica di Pasqua a sua madre in via di Scurreria, a sua sorella in via Trento e a noi in piazza delle Erbe. In questo modo possiamo ancora stare un po’ insieme.

     

     

    Genova, giovedì 2 aprile 2020

     

    Siamo seduti davanti alla finestra aperta. Il sole inutile si riflette sulla piazza vuota. Sentiamo i vicini litigare. Lei lo incolpa per tutto ciò per cui lo incolpa sempre e di cui non ne può più. Lui risponde che è invece lui che non ne può più. “Tu vivi male questa situazione”, dice lei. Lui si difende dicendo che tutti vivono male in questa situazione. Poiché entrambi hanno ragione, cominciano per mancanza di nuovi conflitti stimolanti a litigare sul caffè.

    Sul giornale c’è un articolo sui ciechi. Poiché non possono più toccare niente e nessuno, ora vivono davvero al buio.

    Come scrittore, è la mia professione pensare a trame, archi di tensione e composizione. Mi rendo conto che questo diario per ragioni letterarie ha bisogno di un punto di svolta. Ormai per esigenza compositiva sarebbe desiderabile poter scrivere di grafici in calo, di speranza, della vittoria della normalità quasi dimenticata sul silenzio e sulla vita che finalmente riprende fiato. Ma la realtà si rifiuta ancora di conformarsi ai miei bisogni letterari.

    E mi chiedo sempre più se questa situazione eccezionale che tutti, secondo il mio vicino, stiamo vivendo male, non è diventata la normalità. Quando alla sera guardo un film o una serie tv con Stella, tutte le scene in cui le persone festeggiano, si baciano, ballano o camminano insieme per la strada mi risultano incredibili. Mi meraviglia l’ingenuità dei personaggi che fanno una conversazione intima con la testa china verso l’altro.

    Non possiamo prevedere in quale mondo ci sveglieremo se mai questo incubo un giorno sarà finito. Seguiamo questa trama senza vedere una catarsi. Siamo tutti ciechi privi del tatto e nonostante il sole splendente viviamo veramente nel buio.

     

     

    Genova, venerdì 3 aprile 2020

     

    Quando sono uscito stamattina per comprare la focaccia fresca per Stella, ho trovato Gene, il proprietario del Caffè Latino sotto casa nostra. Stava scuotendo la testa appoggiato alla saracinescha del suo bar chiuso.

    “Nessuno lo avrebbe mai immaginato”, ha sospirato.

    Gli ho letto in faccia quello che stava pensando. Stava pensando a un’epoca lontana in cui il Caffè Latino aveva uno dei dehors più frequentati nel cuore della vita notturna genovese in piazza delle Erbe. Il venerdì e il sabato sera quasi non riusciva a servire abbastanza velocemente i cocktail ordinati. Il suo bar era una delle sorgenti preferite dai marinai e steward inglesi, americani e australiani degli yacht di lusso, che hanno molti, troppi soldi da spendere. Non molto tempo fa aveva preso un secondo locale in largo Pertini, vicino al Teatro dell’Opera, una location di serie A come piazza delle Erbe con costi fissi comparabili. Ha assunto circa venti o trenta dipendenti. Tutto è chiuso ormai da un mese. Inizialmente c’era un briciolo di speranza che i bar potessero riaprire domani, ma il decreto è stato recentemente prorogato di almeno due settimane e non è stata una sorpresa per nessuno.

    “Se ci vorranno ancora alcune settimane”, ha detto, “allora sarò in bancarotta”.

    Ho mormorato qualcosa sugli aiuti di Stato, ma non riuscivo a sembrare molto convincente.

    “Sì, forse per voi nei vostri Paesi Bassi. Lo stesso Stato italiano è in bancarotta. Questo sarebbe un momento in cui l’Europa potrebbe dimostrare che è più di una zona di libero scambio per le multinazionali. Ma tutti in Europa pensano solo a sé stessi. Se i tuoi amici olandesi vogliono bere un cappuccino in una piazza idilliaca in estate, qualcosa deve essere fatto ora. Altrimenti non ci sarà più l’Italia”.

     

     

    Genova, Domenica delle Palme 5 aprile 2020

     

    Alcuni la paragonano a una guerra. Ma se questa è una guerra, è una guerra difficile contro un nemico astratto. Sarebbe un sollievo se potessimo correre eroicamente al fronte per sacrificarci faccia a faccia con il male sull’altare dell’altruismo. Ma questa guerra non fa appello al nostro coraggio. C’è richiesta la vigliaccheria. Dobbiamo nasconderci sotto le scale del seminterrato e possiamo salvare il paese solo se non corriamo da nessuna parte. Il nemico è così microscopico da essere invisibile. Il fronte è ovunque.

    La guerra crea dinamismo. C’è bisogno di slogan e cori patriottici. Bisogna sfilare in grandi marce militari. Dalle orecchie delle fabbriche fuoriesce il fumo per produrre armi. Questa guerra porta solo al silenzio e al ristagno.

    Quante vittime può fare una guerra astratta? Quando sarà finita? Io e Stella seguiamo ogni giorno il bollettino delle sei. Ora ci sono ufficialmente 124.632 italiani contagiati e 15.362 morti. I numeri continuano ad aumentare. E mentre cerchiamo un po’ di speranza constatando che stanno aumentando meno velocemente di una settimana fa, sta diventando sempre più chiaro che le cifre sono inaffidabili. Molti decessi sfuggono alle statistiche perché non è stata fatta alcuna diagnosi per mancanza di tamponi. Si stima che il numero reale di decessi a causa del virus sia il doppio. E secondo un recente studio condotto dagli epidemiologi dell’Imperial College di Londra il numero effettivo dei contagiati in Italia è di circa sei milioni.

    Ma il numero di ricoveri ospedalieri sta diminuendo. Sono prove concrete dell’esistenza di un futuro? Possiamo ignorare tutti gli altri numeri ed estrapolare questa tendenza verso il ritorno al brusio nei dehors e al ticchettio dei cucchiaini sulle tazzine? È primavera, cazzo.

     

     

    Ilja Leonard Pfeijffer è poeta, scrittore e drammaturgo, tra le voci più interessanti e originali del panorama letterario olandese. Ha pubblicato oltre quaranta libri tra raccolte di poesie, romanzi, racconti, testi per il teatro, saggi, studi scientifici, traduzioni e antologie.
    Con La Superba, pubblicato da Nutrimenti nel 2018, tradotto fra gli altri in Germania e negli Stati Uniti, ha vinto il Libris Literatuur Prijs, il più importante riconoscimento letterario olandese, il Premio quinquennale della Reale Accademia delle Lettere Nederlandesi di Gand, ed è stato fra i finalisti del Premio Strega europeo. A settembre Nutrimenti pubblicherà Grand Hotel Europa, bestseller che solo in Olanda ha già venduto oltre 250.000 copie e i cui diritti di traduzione sono stati venduti in 15 paesi.
    (foto © Stephan Vanfleteren)

     

     

     

     


     

     

    Giacomo Verri
    Difficile come guardare dentro ai sassi

     

    Perciò fu l’inserviente, entrando in camera, a farglielo notare. Lei non s’era accorta di nulla. A dire il vero, qualcuno aveva appoggiato sul tavolo da notte il bicchiere con le medicine da prendere a colazione. Adelina Gioniso non sapeva se si trattasse della stessa persona. Per lasciare le pastiglie non avevano di certo acceso la luce e, comunque, lei dormiva ancora. Che razza di sgarbo, andare e venire dalla stanza da letto di una vecchia signora addormentata e inerme. Non una volta sola s’era immaginata qualcuno del personale aprire i suoi cassetti, rovistare tra le cose che le erano rimaste – le uniche di una vita intera. Maledetti! Lo diceva nella sua testa senza pronunciarlo a voce alta. Ma, metti che di lì a qualche anno si fosse trasformata in una di quelle anziane incapaci di tenere a freno la lingua, le sarebbe piaciuto togliersi il capriccio di coprire d’insulti quella gente che non faceva altro che spingere sedie a rotelle e, se non eri più in grado di farlo, imboccarti col cucchiaio e asciugarti le labbra.
    Che le è successo ai capelli? disse la ragazza. Non era di quelle che le stavano più antipatiche
    Adelina si toccò la testa. Non so, disse. Dev’esserci uno di quegli specchi rotondi lì dentro. Indicò un cassetto del comò di pessima qualità appoggiato sulla parete di fronte alla porta.
    La ragazza frugò finché non l’ebbe trovato.
    Dai qua, aggiunse Adelina e fece segno con una delle mani scarne e nodose. Ciò che vide non le piacque ma nemmeno la turbò. Più di tanto brutta non poteva diventare e questa certezza le offriva un’indubbia superiorità sulla schiera di donne più giovani che a turno le stavano tra i piedi. È vero quello che dicono?
    Cosa? Cosa dicono? chiese la ragazza. Dato che ora stava aprendo la tenda per far luogo al sole, si era dovuta voltare e Adelina notò un’ombra di paura negli occhi della donna.
    Dicono che sia scappato approfittando del viavai delle pompe funebri. Si riferiva a Sebastiano – come faceva di cognome? –, scomparso da due giorni, e lei continuava a pensarci, a quel vecchio testardo. A quanto pare sarebbe dovuto morire cinquant’anni prima per un tumore – sosteneva lui – ma poi la diagnosi si era rivelata falsa e così era sopravvissuto alla moglie – una ex puttana, diceva qualcuno – e al figlio.
    Probabilmente, rispose l’inserviente, e forse sorrise ma Adelina ne dubitava. Mezzo volto era coperto dalla mascherina, e come se non bastasse portava quegli occhiali grandi e spessi che facevano il resto.
    Mi sembri impaurita o triste. Lo sei? Adelina la sentì soffiare col naso, come se dovesse buttare dell’aria in eccesso. E poi, aggiunse, Si può sapere come diavolo ti chiami?
    Patrizia, rispose.
    D’accordo. Tu hai paura. Non hai bisogno di dirmelo. Ritira questo specchio. Ormai non ci posso fare niente.

     

    Quando Patrizia se ne fu andata, si chiese se fosse ancora possibile vivere senza paura. Lei non ne aveva, alla sua età, figuriamoci. E comunque non lo avrebbe ammesso. Ma quella donna – quanti anni avrà avuto, trentacinque, quaranta? – doveva davvero averne. O era tristezza?
    Adelina non aveva voluto la televisione in camera, ma fino all’altra settimana seguiva i telegiornali dalla sala comune, accanto alla mensa, con un bel gruppetto di anziani ospiti della casa di riposo. Adesso nessuno poteva uscire dalla propria stanza, sgranchirsi le gambe, fare quattro chiacchiere con qualche altro vecchio rottame. Aveva però capito che il virus colpiva soprattutto loro, la gente di una certa età, i nonni. Che diavolo di paura doveva avere Patrizia?

     

    Più tardi si appisolò e sognò di essere tornata giovane. Da qualche tempo le capitava di addormentarsi nel corso della mattina per poi essere richiamata da un brusco suono, una sedia trascinata per terra o lo zoccolo di una di quelle infermiere che batteva contro la gamba di metallo del letto. Si trattava di risvegli volgari, simili a uno sbadiglio fatto senza metterci davanti la mano.
    Ora sognava di trovarsi a cavallo della sua vecchia bicicletta forse per portare un messaggio a qualcuno. Di sicuro c’era un’urgenza ma non sapeva dire quale. Pedalava svelta, si ripeteva nella mente una cosa curiosa che aveva letto da qualche parte e che riguardava la ragione per cui si usa il punto interrogativo per indicare una domanda. Da dove saltava fuori quel fronzolo ricurvo?
    Finalmente era arrivata. C’era una curva e un pezzo di strada sterrata e in salita. Quel posto non era Giave, ma le suonava famigliare. In fondo al sentiero una gabbia. Ecco la meta. Accanto alla gabbia c’era suo marito. Silvio. Dovevano dare da mangiare alla leonessa.
    Adelina aprì gli occhi e si leccò le labbra perché erano decisamente secche. Che diavolo ci fai qui? Luca Sulfo era entrato in camera, l’aveva spiata mentre dormiva e ora stava lungo e disteso sotto le sue lenzuola. Siamo due vecchi, disse lei. I vecchi non dovrebbero stare così vicini. Poi c’è quel maledetto virus.
    Hai paura di morire? domandò Luca.
    Falla finita, disse Adelina.
    Se li avessero scoperti sarebbe di sicuro scattato l’allarme. Da qualche giorno era più che vietato avvicinarsi gli uni agli altri, figurarsi vedere quel vecchio topo coricato nello stesso letto con lei.
    Quanti ne sono morti? disse Adelina. Sapeva benissimo che erano undici dall’inizio dell’emergenza, lo chiedeva per spaventarlo anche se non era certa di volerlo mandare via. Comunque sì, disse, Ho paura di morire. Che domande.
    Ma guarda, disse lui. Quello che sento mi piace. Le aveva appoggiato la mano sulla pancia, una vecchia pancia molle e priva di elasticità. Aveva il buon garbo di metterla al posto giusto, la mano, né troppo sopra né – per fortuna – troppo sotto, dove saliva la vita alta del pannolone. Gesù santo, quell’uomo era un cavaliere.
    Ho sognato mio marito, aggiunse lei.
    Quando? domandò Luca.
    Un attimo fa, sai. Mentre dormivo e tu ti facevi strada come un ladro nella mia camera. Toccò con la propria la mano di lui.
    E?
    Entravamo nella gabbia della leonessa.
    La storia l’aveva già sentita diverse volte, Luca Sulfo. Adelina e suo marito l’avevano comprata a un costo irrisorio da un tizio che trafficava animali esotici. Avevano costruito una gabbia lungo la strada in modo che tutti potessero vedere la belva feroce passando in auto. Negli occhi della leonessa c’era qualcosa di vecchio come l’Africa – raccontava Adelina. Poi Silvio, un giorno, si era fatto fregare o si era sentito male. Quando lei si accorse che qualcosa non andava, era tardi e trovò il corpo del marito diviso in due o tre parti.
    Okay, disse lui. Hai sognato l’incidente?
    La leonessa ci fissava, cominciò Adelina, E lui mi portava in un angolo. Vedi tu, in realtà non credo che sarebbe stato possibile farlo davanti a quella bestia.
    Luca tolse la mano dalla sua vecchia pancia ma lei frugò sotto il lenzuolo e gliela riprese. Sei calda, disse lui. Potresti avere la febbre.
    Dove pensi che sia finito Sebastiano?
    A camminare lungo la ferrovia.
    Lungo la ferrovia?
    Lo facevamo, prima. Prima che fosse vietato, intendo dire. Si mise dritto, accanto alla donna. La porta era socchiusa, dalla camera di fronte proveniva il borbottio di un televisore acceso ad alto volume. Sei calda ma hai i piedi freddi, disse Luca. Lui indossava le calze ma la temperatura della pelle di Adelina oltrepassava la stoffa.
    Credo di aver fatto questo pensiero, disse lei. Luca si voltò a guardarla. Ora provo a dirtelo, ma tu non ridere, siamo intesi? Adelina Gioniso si sistemò cercando di portare le spalle e la schiena un po’ più su. Disse, Se questo fosse l’inizio di una pandemia permanente? Luca intrecciò le dita e le appoggiò sul petto. Va’ avanti, fece. E lei continuò, Potrebbero non trovare mai un rimedio, un… come si chiama, una terapia. Il virus potrebbe modificarsi eludendo ogni risorsa dei medici. Potrebbe essere un virus più intelligente degli altri, uno che ce la farà pagare e porterà tutti a… non so. Soffocare? Un sasso che sprofonda dentro un lago fu ciò che le venne in mente, compreso il cupo suono dell’acqua che ne inghiottisce il grosso peso.
    Luca cercò di mantenere un respiro lento e profondo. Non è mai successo, disse.
    E lei disse, Può sempre succedere, può sempre accadere qualcosa di nuovo su questa Terra. Quel virus potrebbe modificarsi molto più velocemente di quanto noi saremo in grado di porvi un argine. Adelina rise un po’, poi aggiunse, Cribbio. E ancora, dopo aver dato un’occhiata alle mani di Luca, Santo Dio.

     

    Le venne da starnutire ma non starnutì. Si sentiva strana, aveva ragione Luca. Lui lasciò nel letto un ovale di calore che durò qualche attimo e poi si confuse col suo. Adelina provò ad alzarsi, con fatica appoggiò i piedi a terra e li infilò nelle ciabatte di stoffa da signora anziana con la suola di gomma e la chiusura in velcro. Le trovava scomodissime. Perché diavolo non mi hai chiesto di aiutarti, avrebbe detto lui se fosse stato ancora nei paraggi.
    Con l’ausilio del bastone a quattro piedi, andò in bagno, appoggiandosi con una mano e poi con l’intero avambraccio cacciò il pollice nell’elastico del pigiama e trascinò verso il basso le braghe, quindi slacciò quel maledetto pannolone e lo lasciò cadere. Infine sedette sul water e fece qualche goccia di pipì, poca roba, a dire il vero.
    Mentre stava lì ferma, ripensò all’inserviente, quella che era entrata in camera di mattina, Patrizia. Certo non avrebbe mai saputo come faceva di cognome perché lì dentro bisognava fare finta di essere amici e darsi del tu. Una cosa da matti, no? Essere trattati come dei babbei, cantilenando le frasi o parlando a voce alta, neanche avessimo tutti dei problemi di udito. Io non li ho, disse Adelina. Quanto a Patriza, okay, lei non è male, ma è una donna scialba. Sì, credo sia una donna poco interessante, pensò.
    Eppure tutti quanti, qui dentro, possono trattare noi ospiti come dei cretini, Non si fa questo, non si fa quello, il pranzo è all’ora tale e alle nove a letto. Per non parlare di quando si poteva ancora uscire: ti toccava snocciolare per filo e per segno un sacco di informazioni, dove saresti andato, con chi, per quanto tempo. Oddio, disse Adelina Gioniso, mentre cercava di tirarsi su.
    Prima di spegnere la luce del bagno diede un’occhiata al pannolone gettato a terra e poi chiuse la porta. Se l’era già tolto un’altra volta e l’aveva lasciato lì, senza buttarlo. Che storia era quella? Le dissero. L’avevano sgridata e lei aveva promesso di non farlo più. Ma poi aveva aggiunto, In cambio vorrei poter dormire con un’altra persona qualche volta. L’infermiera aveva detto: vorrebbe qualcuno in camera con lei? E Adelina scosse la testa, No, disse, Desidero coricarmi nello stesso letto con un uomo, stringergli la mano e addormentarmi.
    Ovviamente non si poteva fare. Da piccola aveva chiesto a sua madre perché lei dovesse sdraiarsi da sola, mentre loro, i genitori, se ne stavano in compagnia. Dormirai per il resto della vita con qualcuno, le aveva risposto, Quindi accontentati. Non era vero. S’era coricata con suo marito sì e no per vent’anni e poi basta.
    D’accordo, disse. Diamo un’occhiata. Fece perno sul bastone, allungò il viso verso lo specchio, girò la testa a destra e a sinistra piegandola verso il basso per vedere meglio. Qualcuno le aveva tagliato i capelli, quella notte, e non è che il lavoro fosse venuto un granché.

     

    Credi che la tua vita valga di più di quella che sta vivendo quella donna, vero? Luca Sulfo era riuscito a tornare da lei, nel pomeriggio. Stava in piedi, accanto alla porta chiusa, tenendo vicine con la mano le ali del cardigan sbottonato.
    Può darsi, disse lei. E grossomodo le pareva di non avere altro da aggiungere, ma si sforzò di farsi venire in mente il viso di Patrizia – se doveva formulare un giudizio tanto severo, era bene che almeno l’aspetto di quella persona ce l’avesse presente – senza riuscire a immaginarselo chissà come, tranne per una leggera asimmetria che le pareva dominasse i suoi occhi. Credo che abbia paura di qualcosa, disse Adelina e poi rettificò, O forse è solo triste.
    Tu sai osservarla, la gente, disse Luca.

     

    La responsabile dell’area assistenziale riunì gli inservienti, compreso il personale delle cucine, nella sala comune, tutti rigorosamente a un metro di distanza con le mascherine e i guanti, e disse loro che c’erano notizie del fuggiasco. Delle brutte notizie. Il cadavere di Sebastiano era stato trovato quel pomeriggio alla stazione di Giave. Patrizia Chitti avvicinò, fino a farle incontrare, le punte degli zoccoli che indossava ai piedi. E bravo Sebastiano, pensò, figurandosi il silenzio della stazione, i binari invasi dalle erbacce perché a Giave il treno non arrivava più da almeno… quanti anni?
    Non credo sia il caso di andarlo a spifferare a tutti gli ospiti della casa, aggiunse la responsabile. Ne abbiamo abbastanza qua dentro di morti.
    Alcuni annuirono e molti pretesero informazioni aggiuntive. C’era da biasimarli, dopotutto? Un po’ di morbosa curiosità era quello che ci voleva, pensò Patrizia. Per sopravvivere tra quelle mura. A lei, poi, da giorni capitava di essere terrorizzata non da quanto le accadeva attorno ma da ciò che succedeva dentro alla sua testa. Per un sacco di tempo – troppo tempo, maledizione – non aveva fatto altro che vivere tra quelle persone anziane con crudele leggerezza, come se non avessero niente da dirle, niente da insegnarle. A volte alzava la voce con qualcuno di loro – mai con Adelina, che probabilmente ci aveva visto giusto –, insofferente per i tempi rallentati con cui sembravano vivere.
    Si sentiva in colpa, ecco. Adesso che morivano uno dopo l’altro – come i cattivi di un telefilm –, si sentiva tremendamente in colpa ed era atterrita, per Dio.

     

    Nei giorni successivi i controlli divennero più serrati ed era quasi impossibile uscire dalla propria camera e, tanto più, recarsi in quella di altri. Be’ triste, ripeteva Adelina ogni tanto. Non stava per niente bene, le mancava il fiato e si sentiva debole. Se le cose fossero continuate così, l’avrebbero spostata nell’ala dei non autosufficienti. Una seccatura che voleva proprio evitare.
    Luca le mandò un messaggio sul telefonino. Non lo usava quasi mai, tranne per chiamare sua figlia. C’era scritto, Ciao. Lei rispose, Ciao, e lui continuò con, Non ci vedremo per un pezzo, e la frase era accompagnata da una faccina sorridente.
    Lei scrisse, Non sto bene. Poi attese qualche minuto senza che arrivasse una risposta. Alla fine Luca replicò, Hai informato i tuoi?
    I tuoi chi? scrisse con rabbia Adelina.
    I tuoi cari.
    Lei si risistemò la dentiera in bocca. I tuoi cari, suonava come un annuncio funebre. Pensava a come formulare la risposta, una cosa del tipo, Tanto non possono venire a trovarmi, loro sono in un mondo, io – noi – in un altro, non ci vediamo da settimane – era vero, cribbio –, non so neppure se mi pensano. Sì che la pensavano! Adesso, con quello che stava accadendo, certo che la pensavano.
    Scrisse, Tutto è difficile come guardare dentro ai sassi, ma poi cancellò la frase perché sarebbe stato troppo complicato spiegargliela, dirgli che quando era piccola scendeva lungo il fiume Sesia a scagliare con suo zio i sassi contro altre pietre finché si spezzavano, e dentro sembravano più belli e più preziosi rispetto a come apparivano da fuori. Voleva dire che, se oggi i loro figli avessero potuto fare una visita, li avrebbero trovati anch’essi più preziosi, e infinitamente più fragili.
    Alla fine scrisse solo che sì, li aveva informati. Mise un punto e aggiunse, Non so ancora chi mi abbia tagliato i capelli.
    Così arrivò sabato e nella notte era cambiata l’ora, da quella solare a quella legale. Si dormiva un’ora di meno ma Adelina non se ne accorse neppure. Pensò che una volta terminato il virus – se non ci fosse stata quella tremenda pandemia permanente di cui aveva fantasticato – le cose non sarebbero poi cambiate tanto. Le pareva che un dopo, per lei, non ci fosse comunque. Non sarebbe uscita da lì, non avrebbe avuto nuovi impegni che l’emergenza aveva congelato per qualche settimana o qualche mese.
    Fu invasa da una nostalgia violenta e si sentì soffocare quando vide Patrizia. Toccò il petto e cercò di inghiottire un po’ di ossigeno per poterle parlare. Disse, Dia un’occhiata a quell’aggeggio, e indicò la sveglia elettronica sul comodino da notte. C’è da sistemare l’ora, è rimasta indietro. Dopodiché lasciò andare la testa sul cuscino.
    La donna guardò fuori dalla finestra – lungo la strada c’era una vecchia lattina di birra schiacciata – e poi si voltò e raggiunse il letto di Adelina. Prese in mano la sveglia e sistemò l’ora. Infine toccò Adelina su una spalla e Adelina sentì una dolcezza infinita dentro a quel gesto. La vita non è stata poi così male, pensò, e fu grata di sentire la solita voce di Patrizia – una voce un po’ fastidiosa, di sicuro poco interessante – che diceva, guardandole i capelli, Dovrai farteli ricrescere.

     

     

    Giacomo Verri è nato nel 1978 a Borgosesia (VC), dove vive e insegna lettere nella scuola media. Ha esordito con il romanzo Partigiano Inverno (Nutrimenti, 2012), con cui era stato finalista al Premio Calvino, e ha pubblicato la raccolta Racconti partigiani (Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2015). Nel 2019 ha pubblicato per Nutrimenti Un altro candore.

     

     

     

     


     

     

     

    Lorena Spampinato
    Ti ricordi?

    Ho conservato la tua voce per le sere come questa. Con un guizzo nello sguardo avresti detto qualcosa sul freddo di marzo. Le gambe strette, accavallate, la bocca schiusa sul principio di una frase. C’è sempre vento da queste parti. C’è sempre vento, ti ricordi? E io avrei ricordato.
    Volavano i capelli sulla faccia – i miei sulla tua – mentre stavamo sulla strada polverosa del mare, e mi portavi in braccio in modo allegro, traballante, strizzando gli occhi miopi e arricciando la fronte convessa come fosse un lenzuolo. Avresti fatto la stessa smorfia adesso, mentre con l’unghia sbeccata indicavi tra le colline il treno che veniva da Messina.
    Lo senti?, mi dicevi . E io provavo a figurarmi cos’è che dovevo sentire, se il fischio del treno in lontananza o il raschiare che s’alzava intorno di urla, bestemmie, risate. Ma tu non lo dicevi cosa dovevo sentire, e aprivi la bocca come per ridere ma senza rumore, mentre col palmo aperto a bandiera sull’orecchio acuivi l’udito.
    Ora ti direi che sento tutto. Poserei il naso sul petto pietroso, sul tuo odore triste e familiare. Finirei le frasi che lasci a metà. Sento il treno, direi. Sento anche il canto stonato della gatta che viene a trovarci la sera, il suo zampettare di bestia. Un battere legnoso di barche trascinate sui sassi. L’incedere sforzato di un pescatore che pare un bandito. E in alto, sui balconi, un grido di madre che lascia la ringhiera consunta e arriva a noi: a te che saluti a festa e al mio riso convulso.
    Allora cominci a correre, una corsa da levriero in fuga, di brevi e rapidi salti. E stretta al tuo sobbalzare non vedo dove andiamo e dove guardi. Non vedo ancora la paglietta gialla che vola sulle teste e sui palmizi. Non vedo la stoffa leggera che l’avvolge.
    E tutta la felicità sta in quell’attesa: di te che punti i piedi a terra, e allunghi il braccio sul cappello sospinto dal vento.
    Permette, signorina?, dici con la voce grossa e antica. Io abbasso il capo in una finta timidezza, sorrido cordialmente, lascio che la paglietta mi graffi la fronte e indosso orgogliosa il cappello.
    Come sei bella, dici. La tua faccia è viva e patetica, mi intenerisce. La pronuncia è storpiata: le parole zoppicano in bocca e faticano a venir fuori. Intanto ti muovi, come in una danza, spostando il peso del tuo corpo e del mio da un piede all’altro. E insieme ci lanciamo in questo ballo goffo, che è nostro primo ballo. Ne avremmo fatti altri insieme.
    E anche adesso che il ricordo è vivo e accade, avrei chiesto, forse, ti va di ballare? E tu avresti accolto i miei piedi sui tuoi, per ricordarmi gli inverni insieme – le estati. E com’era bello farsi trasportare, non pensare a niente, e ridere fino a commuoverci per i nostri passi buffi.
    Tu diresti: Non piangere. E io piangerei più forte. Poi direi le solite cose insensate che per noi hanno un senso altissimo. E capiresti – solo tu capiresti. È un po’ che ho smesso di dire cose insensate e tutto appare più serio e lagnoso, senza meraviglia.
    Ma stasera voglio tornare ai tramonti verticali, al dondolio dell’amaca, alla vacanza fortunata in cui non si smetteva di cantare, alle storie minuscole che riempivano il mondo, ai fiori, ai sassolini, al vento – al nostro vento. Vorrei stasera mettere a riposo i punti, ritrovarti nelle frasi imbrogliate, spezzate, lasciate lì senza un appiglio. Sentire un’allegria confusa per gli ombrelli rattoppati, le piazze vuote prima della festa, e i tuoi calzoni verdi che ho sporcato, e che hanno ancora addosso i pizzichi di quando m’aggrappavo e ti dicevo: Non andare.
    Anche ora direi: Non andare. E tu non te ne andresti. Inganneresti il tempo con un fischio. La faccia mobile e beffarda. E dopo ancora: Ti ricordi? E io avrei ricordato.

     

     

     

    Lorena Spampinato nasce a Catania nel 1990. A diciotto anni esordisce con il romanzo La prima volta che ti ho rivisto (Fanucci Editore, 2008) e si trasferisce a Roma, dove continua a scrivere tra impegni universitari e collaborazioni giornalistiche. Adesso lavora come editor e ufficio stampa. Con Fanucci Editore ha pubblicato anche Quell’attimo chiamato felicità (2009) e L’altro lato dei sogni (2011). Nel 2020 per Nutrimenti ha pubblicato Il silenzio dell’acciuga.

     

     

     

     

     


     

     

    Giuliano Gallini
    Senzatetto
    I senzatetto. Da quando mi sono alzato non faccio che pensare al problema dei senzatetto. Ci si sveglia con una questione in testa… Giorni fa ho letto – chissà dove: giornali, social, siti: ma in quali giornali, social, siti? Restando a casa tutto il giorno e non facendo altro che leggere o ascoltare le notizie della televisione o della radio le informazioni salgono una sull’altra, fanno piroette come al circo e si confondono nella mia mente – ho letto che si fa presto a dire restate a casa. E i senzatetto? Dove devono restare? Nei loro cartoni? Chi se ne occupa? La protezione civile ha chiesto ai comuni di pensarci, ma che facciano attenzione: queste persone non possono stare per strada ma neppure le si può ospitare in camerate promiscue: sarebbe peggio. Il volontariato che si occupa di loro sta cercando soluzioni personalizzate che non siano solo un ricovero, un toglierli dalla vista ma che permettano di vivere in autonomia con un sistema di relazioni assistenziali adeguato. Emergency aiuta alcune amministrazioni comunali a individuare e gestire i casi sospetti di coronavirus tra gli emarginati, gli immigrati e i senzatetto garantendo il diritto alle cure anche in contesti di marginalità sociale. Un problema enorme.
    Ma la questione che ho in testa è più semplice, circoscritta, in un certo senso personale.

    Nella stazione della mia città vivono – appena fuori, vicino alle vetrate, non lontano dagli ingressi – alcuni senzatetto. Sono persone per le quali ho sempre provato affetto e comprensione. La loro vita è stata offesa da una malattia mentale, o da una caduta nella droga o nella povertà, molte sono state sfruttate o hanno subito violenze e non sono riuscite a riprendersi, altre hanno scelto il cartone, la stazione o i portici perché non riescono ad adattarsi a questa società. Sono pacifiche, solitarie, e mi sono fatto l’idea, chissà perché, che ci mostrino una importante verità che noi però non riusciamo a vedere, a capire.
    Mi sono molto affezionato in particolare a una di loro e ogni volta che la vedo – prendo spesso il treno per motivi di lavoro – le lascio una moneta o le porto una brioches dal bar del binario. Un aiuto, e una scusa per fermarmi a guardarla: è una giovane donna dall’aspetto piacevole, ma non è il suo aspetto che mi attrae: è quello che fa. Ha un pacco di giornali e di riviste e con una grande matita ne cancella i testi, o ci disegna sopra cerchi e altre figure astratte. Velocemente. In continuazione, immagino per ore, perché ogni volta che la vedo è alle prese con questo lavoro. A volte sorridendo, esprimendo piacere per quello che fa, altre volte con tristezza, altre con rabbia. I fogli dopo il suo trattamento a me sembrano belli, sono delle piccole opere d’arte. Certo non è Emilio Isgrò: ma insomma: ci si avvicina. Ci arriverà, mi piace pensare.

    E adesso dove sarà l’artista senza tetto? Ricoverata in una struttura della Protezione Civile? Soccorsa da Emergency? O è ancora al suo posto, in stazione? Per liberarmi della domanda c’è un solo modo: andare a vedere. La stazione posso raggiungerla, c’è una edicola e devo comprare i giornali. Andrò in bicicletta, mi sembra più sicuro che girare a piedi. Mi bardo con due mascherine, guanti, occhiali, cappello – basteranno senz’altro a difendermi e a difendere gli altri dal coronavirus – prendo una autocertificazione e circospetto pedalo verso la stazione. Chissà se i pochi in strada stanno andando in giro, come me, per un problema dell’anima. Arrivo al piazzale: il lungo prospetto dell’edificio è presidiato da due militari, due vigili urbani e due poliziotti. I senzatetto no, non ci sono. Li hanno portati da qualche parte. Più al sicuro. Anche lei. Il suo posto era sempre vicino alla vetrata, sulla destra. Adesso: vuoto.
    Me ne vado. In fretta. Ho paura che qualcuno di quei sei agenti mi controlli. Non lo faranno e se anche lo facessero non succederà niente, sono in regola. Ma mentre vado via la paura cresce: non più per le forze dell’ordine: non so per cosa. Paura per l’artista senza tetto? Se si fosse ammalata? Se fosse nella lista dei ricoverati, o peggio: non ci voglio pensare. Ma ho paura. Per lei: ma anche per me. Per me, per lei: ho paura. Ce la faremo ad arrivare vivi, insieme, alla fine di questa epidemia? Dicono che da oggi le cose dovrebbero migliorare. Se potessi pregare, pregherei.
    Sto già lasciando l’area della stazione quando mi viene il dubbio di non aver guardato bene. E decido di tornare indietro. Le forze dell’ordine si chiederanno perché sto girando la bicicletta: senz’altro se lo chiederanno, non c’è nessun altro da controllare, ci sono solo io. Ma torno indietro lo stesso, li sfido: avanti, ditemi qualcosa. Ma prima lasciatemi guardare bene. E: la vedo! L’artista senza tetto. Non è al suo posto, è di fronte, vicino al deposito delle biciclette. L’hanno solo fatta spostare. Ha un’aria serena, allegra. Si toglie una giacca e si mette un maglione. Stende un cartone per terra, una coperta, e si corica al sole. Prima di lasciarsi andare al sonno mi guarda: i suoi occhi orientali sorridono.

     

     

    Giuliano Gallini è nato a Ferrara e vive a Padova. Ha pubblicato con Nutrimenti Il confine di Giulia (2017), Il secondo ritorno (2018) e Storia di Anna (2020).

     

     

     

     

     

     


     

     

    Giulia Caminito
    Apnea

     

     

     

    Quando avevo otto anni la madre di una delle mie migliori amiche faceva la pittrice, i suoi quadri non li ricordo ma so che c’erano, appesi alle mura della loro grande casa. Credo non li vendesse, ma si definisse comunque una donna che lavora coi colori.
    La loro casa affacciava su una valle, il padre era architetto e aveva progettato lui stesso la costruzione, una parete del salotto era vetrata, esistevano una soffitta e una piscina pavimentata, a me sembrava un labirinto, immaginavo botole segrete, passaggi coperti, angoli mai spolverati, c’erano punti del giardino in discesa, irraggiungibili, e due grossi cani da caccia che vivevano ai confini.
    Nella piscina, anni prima, era morta la babysitter, era affogata ma nessuno mi aveva mai raccontato quella storia per intero e io immaginavo una ragazza smilza coi calzini a righe, i capelli legati in una coda bassa, le anche sporgenti e gli occhi piccoli, che non sapeva nuotare ma amava le pozze profonde, forse aveva corso un rischio, forse qualcuno non sopportava il suo modo di parlare, di ridere, la maniera di camminare.
    La madre della mia amica era inglese e si era trasferita in Italia per seguire il marito, aveva guance piene, occhi azzurri, un caschetto biondo e reciso di netto, ricordo che non sapeva risolvere i problemi, lasciava i danni a terra, se cadeva del latte, se si infiltrava dell’acqua dal tetto, l’ultima a chinarsi per raccogliere o pulire era la madre.
    Lei sedeva accanto alla vetrata, occhi pigri e gambe molli, leggeva libri di molte pagine, parlava al telefono in un inglese strettissimo e progettava d’uscire nei boschi a cavallo, quando era ora di mangiare apriva il frigorifero per vedere se la signora che la aiutava in casa avesse lasciato qualcosa di cucinato, altrimenti friggeva bacon e ce lo dava su una fetta di pane tostato.
    Un giorno si propose però, inaspettata, di cucinare per noi una creme caramel, io e la mia amica sedemmo al tavolo della cucina e la guardammo muoversi tra i fornelli, ho memoria chiara e perfetta della padella che ci servì, dentro c’erano uova strapazzate condite con zucchero e sciroppo d’acero e lei disse: è il mio dolce preferito.
    Il fratello maggiore quando lasciava la sua stanza da letto aveva il viso grigio e le labbra screpolate, non mi salutava, ma anzi sembrava infastidito da quel mio camminare dentro i suoi limiti, apparivo molesta come una zanzara o un acaro della polvere.
    Era brutale con la madre la chiamava stupida e fessa, gesticolava davanti a lei e si rifiutava di ascoltarne i consigli, gridava da una stanza all’altra e poi si ammutoliva e guardava fuori dalle ampie finestre, giù verso il lago e tutte le cose riflesse.
    Mio nonno aveva una berlina marrone, una Mercedes antica, con i sedili in pelle color crema e il posa cenere decorato d’avorio, con quella automobile portava me e la mia amica a scuola e si fermava sempre a comprarci delle caramelle, le vendevano una alla volta, erano grandi e contenevano un liquido appiccicoso, scoppiavano in bocca e sapevano di medicina per la tosse: noi le amavamo. Mio nonno sapeva cosa amavo, sapeva come salvarmi.
    Ricordo che quella macchina andò perduta, mio nonno la vendette all’architetto, il padre della mia amica, e io la vidi invecchiare chiusa in garage, coperta dagli anni e dal silenzio, mio nonno si comprò in cambio una Fiat Panda verde bottiglia che era tarchiata e anonima, adatta per fare la spesa e non per i viaggi in riviera, una utilitaria per chi non crede di poter vivere altre avventure.
    Capitò un fine settimana che i miei genitori fossero fuori città e allora io li convinsi a lasciarmi dormire a casa della mia amica, mi portai uno zaino coi vestiti e il pigiama, il mio spazzolino rosa, gli elastici per i capelli, quella notte però, una volta infilata nel letto della mia amica dentro la sua camera, cominciai a sentirmi male, in poche ore mi salì la febbre alta da capogiro.
    La mia amica si accorse dei miei lamenti e andò a chiamare la madre, era tardi, notte fonda e telefonare ai miei nonni per farmi venire a prendere sembrò assurdo, la madre arrivò e mi mise il termometro sotto l’ascella, tirando via la figlia da me, con rabbia e rancore, come se fossi colpevole d’un misfatto.
    Aspettammo, io mi sentivo gelata e confusa, i miei sogni da bambina erano stati turbolenti, fatti di corse e fughe, di presenze, quando guardai il termometro non riconobbi i numeri.
    La madre me lo rubò dalle mani e imprecò in inglese, avevo la febbre alta, allora fece qualcosa che è stato difficile dimenticare, prese la figlia in braccio e mi disse che ero pericolosa, come una bomba, come un fucile, avrei dormito da sola, perché chi porta pericolo merita solitudine.
    Uscì dalla stanza senza darmi una medicina, senza posare un bicchiere d’acqua sul mio comodino, spense la luce, e girò la chiave nella toppa: mi chiuse dentro, da sola col mio malanno.
    Non ricordo le ore successive, quelle della malattia e dell’isolamento, ma solo la sensazione di un peso alla fronte, di un sonno spossato, nervoso, i piedi ghiacciati e il freddo che nessuna coperta poteva curare.
    Chissà come passarono quelle ore della me bambina, della me reclusa, della me abbandonata, ma passarono, la mattina quella porta venne aperta e io sentii la voce di mio nonno nel corridoio, chiedeva: L’ha chiusa chiave? E che cos’è: la febbre Spagnola?
    Entrò coi suoi occhiali dalla montatura in osso, la testa pelata e i sandali da montagna sopra ai calzini, mio nonno che aveva lavorato in Africa Orientale per costruire la prima Highway degli americani nel deserto, mio nonno che cacciava le antilopi, che conosceva le iene, mio nonno che fece fallire tre benzinai Shell, che si buttava dai trampolini nelle piscine degli hotel, che trascriveva a macchina tutte le ricette ascoltate alla televisione.
    Io ero rossa, ero spettinata e scoppiai a piangere, la stanza aveva gli scuri chiusi, tutto era ancora notturno e la mia prigionia respirava nell’aria, lui mi prese in braccio, raccolse il mio zaino, i miei pochi oggetti infantili e mi portò via, vidi di sfuggita il volto della mia amica e poi la nostra Panda, coi sedili in tessuto grigio, lavabile, e le manopole in plastica.
    Lui disse: ho sbagliato a vendergli qualcosa di nostro, ho sbagliato tutto.
    Io pensai alla babysitter, a quando aveva gridato: aiuto, affogo, e la valle le aveva restituito la sua eco, la casa era rimasta muta, spettatrice della sua apnea

     

     

     

     

    Giulia Caminito è nata a Roma nel 1988 e si è laureata in Filosofia politica. Ha esordito con il romanzo La Grande A (Giunti 2016) che ha vinto il Premio Bagutta opera prima, il Premio Giuseppe Berto e il Premio Brancati giovani. Ha scritto inoltre una raccolta di racconti dal titolo Guardavamo gli altri ballare il tango (Elliot 2017) da cui nel 2020 è stato tratto uno spettacolo teatrale; due libri per bambini La ballerina e il marinaio (Orecchio Acerbo 2018) e Mitiche, storie di donne della mitologia greca (La Nuova Frontiera Junior 2020). Il suo ultimo romanzo è Un giorno verrà (Bompiani 2019) con cui ha vinto il Premio Fiesole per la narrativa under 40.
    Nella vita lavora come editor e si occupa di narrativa italiana per la casa editrice Nutrimenti. È nella redazione di Letterate Magazine, il magazine online della Società Italiana delle Letterate e nella redazione del programma Tabula Rasa di Radio Onda Rossa. È la curatrice di un festival letterario che si tiene a Roma nelle scuole, Under – festival di nuove scritture in collaborazione con l’Associazione Da Sud. Ha portato i suoi laboratori di scrittura in librerie, biblioteche, scuole e carceri.

     

     

     


     

    Arturo Belluardo

    Viaggio al termine della ricotta

     

     

     

     

    “Ricòòò”.
    E la moto di Malpelo arrivò scoppiettando, le cavagne piene di ricotta appese ai lati.
    “Ricòòò”.
    E i panari calavano giù dai balconi, legati allo spago, con un piatto dentro e i soldi.
    “Ricòòò”.
    E Malpelo biondo, fanali azzurri, pelle scolpita dal sole, rovesciò la ricotta di pecora lunga e stretta dalla cavagna di bambù sul piatto di porcellana azzurrina del servizio.
    “Mamma. Lo tiro su io, ce la faccio, sono forte, sono grande”.
    “Va bene, Davide”.
    “Mamma, c’è un biglietto dentro il panaro”.
    Mia madre me lo strappò dalle mani, mi rimase un pezzetto di foglio a quadrettini blu tra le dita con l’ombra di un lapis.
    “Che sente a dire ‘stu pizzino?”, grugnì mio padre.
    “Ca nenti, c’addumannai du’ ova frische…”.
    “Sì, frische comu le corna che mi vuoi appizzare ‘nta testa. La grandissima buttana che sei”.
    Mio padre gelido afferrò il piatto di porcellana e lo fece volare come un Ufo della serie TV. La ricotta si scollò quasi subito, danzò nell’aria e si sminchiò a un angolo del tavolo.
    Io mi allestii a tuffarci le mani e ad alliccarmele sapurite. La ricotta di Malpelo era speciale: sapeva di cardi e liquirizia, di origano e sacche sarbaggie.
    Mi bastava tastarne un pizzuddu e volavo n’arreri alla sua moto, a correre per le campagne di Floridia, tra i muretti a secco con gli scorpioni che facevano cucù e le marce di fichi gonfi e spaccareddi. Anzi io stavo in mezzo, tra Malpelo e mia madre, con la sua vestina a fiori azzurri dell’Upim. E mia madre che rideva e ci abbracciava stretti tutti e due.
    Che io lo sapevo che mia madre e Malpelo erano ziti quand’erano carusi e Malpelo se la portava campagne campagne a mangiare gelsi e more, a farci conoscere tutte le sue pecore, che c’avevano un nome una per una, Annina, Nunziatedda, Milina, Corinna. E poi le regalava la ricotta caura da portare a sò patri. E mio nonno, quando la vedeva arricamparsi con il muso e il vestito sporchi di sugo di more e con la ricotta caura nelle mani, gliela faceva volare via a tumbulate e pagnittuna, che lei non era cosa da farsela con un pastore. E mia nonna, a graffiarci le braccia e a tirarci i capiddi, che le macchie di more dal vestito non si toglievano manco a patate. “E io non me lo sposo a ‘stu prufessuri Buscemi”, chianceva mia madre. “Non te lo dò ‘sto sazio”, e piegava indice e anulare e teneva dritto il medio a stampare un grandissimo crigno a mio nonno. E giù tumbulate e pagnittuna.
    E ora io e mia madre scappavamo sulla moto di Malpelo, con i fiori azzurri dell’Upim che mi sventuliavano sulle gambe e sui sandali blu con l’occhio. E Malpelo rideva: “Davide, le vuoi conoscere Annina, Nunziatedda, Milina, Corinna?”. E mio padre si affacciava al balcone e io gli stampavo un grandissimo crigno.
    E mio padre mi riempiva di tumbulate e pagnittuna.
    “Ricòòò”.
    E calavo giù il panaro dal balcone.
    “Ricòòò”.
    E lo tiravo su veloce, che ero grande, che ero forte.
    “Ricòòò”.
    E dentro il panaro c’era una ricotta lunga lunga e due uova frische, una per lato.
    Che parevano un grandissimo crigno.

     

     

     

    Arturo Belluardo è nato a Siracusa. Vive e lavora a Roma. Suoi racconti sono apparsi in antologie edite da Nottetempo e dal Goethe‑Institut e sulle riviste Lo Straniero, Mag O, Succedeoggi e Nazione Indiana. Con la sua opera prima, Minchia di mare (Elliot, 2017) è stato finalista al POP 2017, al Premio John Fante e al Premio San Salvo.

    Dello stesso autore Nutrimenti ha pubblicato:
    Calafiore, 2019

     

     

     

     


     


    Marco Dell’Omo
    Pablo in fuga

     

     

     

     

    “Il battito?”
    “92”.
    “Febbre?”.
    “39,5”.
    “Ha ripreso conoscenza?”.
    “Direi di no”.
    “Su, bello, come ti chiami?”.
    “Paaabb”.
    “Pub? Come hai detto?”.
    “Paaaablo”.
    “Pablo. Ma che sei spagnolo? Vai Pablo, va tutto bene, dai che siamo quasi arrivati Pablo, alé!”.
    Adesso ricordava. Stava sul balcone di casa e guardava verso est. L’aria era ancora calda, c’era uno strascico di sole, da dietro i palazzoni spuntava il monte Velino, bianco di una neve tardiva, sentinella lontana dell’Appennino dove il contagio di quell’orrendo virus sembrava non essere arrivato.
    “Qui è tutto tranquillo, neanche un caso a Castellaccio, e nemmeno nei paesi vicini”, gli aveva detto un momento prima suo cugino Piero, al quale aveva fatto una telefonata per sapere come se la passassero in paese con l’emergenza.
    “Ah, bene. E dimmi un po’, tu che fai, che fai durante il giorno?”, gli aveva chiesto Pablo.
    “Più o meno al solito. Lo sai com’è qui, non c’è mai la folla per strada. Anche prima non è che vedessi tutta questa gente. Adesso però scusa, esco perché devo dare il fieno alla cavalla, e con l’occasione la faccio muovere un po’ su per il vallone dell’eremita, altrimenti mi si ammala”. E aveva riattaccato.
    Sul balcone del suo miniappartamento, guardando a oriente, non poteva fare a meno di pensare al paese dove era nato. Le case sulla piana circondata dai monti coperti di faggi e castagni, i piccioni che volavano da un tetto all’altro, il verso di un cavallo o di un maiale in lontananza, il suono delle campane per segnare le ore. A vivere laggiù erano rimasti meno di cento anime, comprese le monache del convento di clausura. Le restrizioni dell’epidemia, dal racconto che gli aveva fatto Piero, non avevano sconvolto la vita di nessuno. Sì, va bene #iorestoacasa, ma a Castellaccio una camminata nel bosco chiunque poteva farsela. Le file al supermercato, al massimo cinque minuti. Alle sei di pomeriggio nessuno si affacciava alla finestra per cantare l’inno d’Italia. E lui invece doveva stare a Roma, a beccarsi le tossine della reclusione solitaria in quei quaranta metri quadrati a Spinaceto e l’ansia del contagio ogni volta che usciva a fare la spesa. Aveva provato a farsi un giro in bicicletta, ma si era preso gli insulti degli anziani e le occhiatacce dei vigili urbani. Era sul punto di scoppiare.
    Il piano maturò nella notte.
    Era sicuro di farcela, doveva solo battere in furbizia le pattuglie dei vigili e dei carabinieri che controllavano le strade. Pensare di uscire dalla città in macchina era impensabile. Tutte le vie consolari erano ormai presidiate dalle forze dell’ordine. Ma lui aveva la soluzione.
    Anni e anni di gare amatoriali in mountain bike, l’ultima il trofeo di colle Gnocco, una superclassica sui sentieri della Ciociaria, vinto alla grande sul suo eterno rivale Mascioletti, ne avevano fatto un esperto di piste e sentieri di tutto il centro Italia. Si sarebbe infilato nei boschi delle montagne fuori dalla capitale e, di sterrata in sterrata , un po’ pedalando, un po’ spingendo la bici a mano, sarebbe arrivato a Castellaccio in tre o quattro giorni, e lì sarebbe stato al sicuro, lontano dalle paure, dal contagio, dalle code, dalle follie dei suoi vicini che non sopportava più, specie quel demente che ogni pomeriggio alle 18 usciva sul balcone con un radione che nemmeno un rapper del Bronx degli anni 90 e sparava La canzone del sole a tutto volume. Trovò anche il nome per l’impresa: La grande fuga.
    L’errore fu parlarne col Grezzo . Era il suo vecchio allenatore, un uomo di settant’anni ancora in grandissima forma fisica. Lo aveva tirato su quando aveva cominciato a pedalare, trent’anni prima, per la società ‘Cicli Rulli’ di Ostia antica. Sentiva che doveva dirgli quello che stava per fare.
    “Ho una cosa in cantiere, ma tu promettimi che non ne parli con nessuno”, gli disse in videochiamata su whatsapp. “E che sarà mai? Dai spara”, gli rispose l’altro. Ascoltò tutto con attenzione, si fece serio e concluse: “Non lo dico a nessuno, ma vengo pure io”. Pablo non se lo aspettava. Non tanto per l’età avanzata del Grezzo: era ancora un ottimo atleta e in bici si beveva gente con la metà degli anni suoi. È che viveva con un figlio quarantenne, ex tossico e disoccupato permanente, non per necessità ma per scelta di vita, un balordo che dipendeva in tutto e per tutto da lui. Che faceva, lo lasciava da solo così, in mezzo a quel casino della pandemia? Quello non era in grado di fare la spesa da solo, figuriamoci dover rispettare le restrizioni che aveva deciso il governo e badare alla propria salute.
    Provò a farlo ragionare.
    “Grezzo, è pericoloso uscire in due da Roma in bici. Ci fermano subito, dopo dieci secondi che pedaliamo”, gli disse.
    “E noi andiamo separati. Appuntamento a San Polo dei Cavalieri, il primo paese fuori Roma, ognuno lo raggiunge da solo, tu alle cinque di mattina, io alle cinque e trenta. Così li freghiamo”, rispose l’amico. Era determinatissimo. Evidentemente, con l’isolamento forzato da coronavirus, aveva superato il punto di sopportazione massima del menage familiare.
    Il piano fu aggiornato. Prima tappa divisi, ricongiungimento, poi, nascosti nella macchia dei boschi appenninici, i due fuggiaschi avrebbero potuto proseguire insieme, non visti da nessuno. “Come briganti al tempo del papa Re”, disse Pablo . “Ai tempi di chi?”, fece il Grezzo. “Lascia stare”.
    Si misero d’accordo sull’abbigliamento. Era fondamentale non farsi scoprire. Quindi niente calzamaglie da ciclista e caschetti, avrebbero subito attirato l’attenzione dei controllori. Invece, felpa, jeans, zainetto pieno di barrette energetiche. Bisognava dare l’impressione di essere uno che si muove in bici perché non ha la macchina, non un atleta in fuga dalla capitale infetta.
    Allo scopo Pablo si preparò un’autocertificazione in cui aveva scritto che stava andando da una zia che si era sentita male e che abitava a Guidonia, sulla via Tiburtina. La moto non gli era partita e aveva preso di corsa la bicicletta, avrebbe detto se lo avessero fermato.

    Uscì di casa prima dell’alba. Montò la torcia sulla bicicletta e cominciò a pedalare, sperando che a quell’ora di notte le pattuglie non fossero in giro. Fu fortunato. Passando per strade secondarie intorno alla Tiburtina, arrivò con un lungo zig zag a San Polo dei Cavalieri all’ora stabilita. Mezz’ora più tardi lo raggiunse il Grezzo, su una bicicletta biammortizzata da cinquemila euro . Si videro nei pressi di un casale abbandonato sulla strada che porta da San Polo al vecchio campo sportivo. Si scambiarono poche parole, guardandosi intorno circospetti. Non c’era nessuno in vista ma era bene non fidarsi. Dovettero pedalare per un paio di chilometri sulla strada asfaltata. Quando sentirono un’automobile venire dal paese, gettarono le biciclette dentro un fossato e si nascosero nella boscaglia. “I carabinieri!”, gli sussurrò il Grezzo. “Merda”, fece lui, spaventato a morte. Per fortuna la gazzella tirò dritto e i due si inoltrarono nella macchia, su una traccia che Pablo ricordava di aver percorso qualche mese prima.
    La vegetazione era fitta, e trascinare le biciclette in quell’intrico di rami e rovi non era facile. Dopo nemmeno un’ora si erano persi. Vagarono per la macchia fino al pomeriggio avanzato. Ogni volta sembrava di essere su una traccia di sentiero, che però si perdeva dopo qualche centinaio di metri. Pablo ricordava le innumerevoli volte che aveva sentito al tg regionale la notizia “gruppo di escursionisti dispersi sui monti Lucretili, li salva il soccorso alpino”. “Dilettanti”, li biasimava ogni volta. Adesso era lui a essersi perso in quell’inferno verde. Il Grezzo teneva botta, ma la frequenza delle sue bestemmie era salita al ritmo di una ogni cinque minuti. E nemmeno potevano chiamare il soccorso: li avrebbero salvati e immediatamente arrestati.
    Il sole si abbassò e in un momento scomparve dietro le montagne. Il bosco perse i suoi colori e in un istante si trasformò in un ambiente minaccioso. Graffiati e laceri i due arrivarono ai ruderi di una vecchia romitorio in mezzo a una radura. “Lo riconosco, ci siamo!”, esclamò Pablo. Il Grezzo sorrise appena. Accesero un fuoco per scaldarsi, mangiarono due barrette iperproteiche ciascuno, bevvero l’acqua che avevano portato lasciandone un po’ per la mattina, e cercarono di riposare coprendosi con un telo di alluminio che entrambi avevano portato nello zaino. “Senti”, disse Pablo al Grezzo quando si furono sistemati “io sono solo, i mei sono morti, Lorella mi ha lasciato da un anno e si è risposata, ma tu che gli hai detto a tuo figlio?”. “Non gli ho detto una beata mazza. A quest’ora mi starà cercando nelle strade intorno a casa. Che goduria, se penso alla faccia di quel debosciato… Sarà solo preoccupato di perdere la pensione mia con cui lui campa a sbafo. Che vada a farsi fottere”. Si addormentarono subito, stanchi, e in fondo felici.
    Il giorno seguente furono svegliati dal canto degli uccelli e dal rombo di una motosega. Si alzarono e mangiarono un’altra barretta. Al gusto di fragola. Pablo sentiva l’umidità che gli si era incollata intorno alle ossa. Il Grezzo sembrava in ottima forma. Si mise a saltellare a gambe unite, bevve un sorso d’acqua e gonfiò le ruote della bicicletta. C’era qualcuno, verso nord, che stava tagliando arbusti. Presero la direzione opposta, dove trovarono presto una sterrata che percorsero pedalando sulle loro bici. Erano stanchi, ma su di giri. “Questa è una grandissima impresa sportiva. Nessuno prima di noi l’ha mai fatta. Da Roma al Gran Sasso in bici, passando dritti dentro tutto l’Appennino”, diceva Pablo. “Se siamo furbi ne facciamo un business e ce la rivendiamo agli stranieri, quando sarà tutto finito”, rispondeva il Grezzo. “Già, la grande Fuga Bike Tour. Ci facciamo i soldi veri”, si entusiasmò Pablo.
    Al termine di una discesa si ritrovarono di fronte il cimitero di Roccagiovine. C’era una donna che riempiva un vaso di plastica alla fontanella. Li guardò senza dire una parola ed entrò al camposanto. Muti anche loro, riempirono le borracce e proseguirono in discesa. Si tennero alla larga dal paese, sovrastato dal castello degli Orsini, e presero una pista nella faggeta. Da lì a Orvinio, il borgo successivo, Pablo e il Grezzo procedettero spediti, senza incontrare nessuno, battendo i sentieri che si incuneavano dentro boschi sempre più compatti. Avevano le braccia e le facce completamente graffiate dalle spine. I pantaloni erano macchiati di terra e di erba. Ma Pablo sentiva il profumo della libertà che si avvicinava, e il Grezzo era un buon compagno, preciso, affidabile, di poche parole.
    Pablo aveva davanti a sé l’immagine di casa sua a Castellaccio. Un piccolo edificio, con il portone racchiuso in un archetto di pietra, come tutte le vecchie case abruzzesi. Immaginava l’odore dell’aria fresca della mattina, con quella punta quasi dolorosa che aggrediva i polmoni e li purificava del veleno respirato in città. Immaginava Giovanni, il proprietario del negozio di ferramenta, che scherzava dall’alba al tramonto con i clienti, con la sua voce di gola e le parole immerse in un bagno di “u”. Sentiva il profumo della pizza bianca che sfornava ogni mattina il droghiere, vedeva l’incedere goffo del prete, nella sua tonaca nera, e gli veniva una grande malinconia se pensava a Mary, la sua prima fidanzata al tempo delle scuole medie. Era lì che doveva tornare, a tutti i costi.
    “Grezzo patti chiari, amicizia lunga”, disse mentre si erano fermati a mangiare una barretta sul bordo di un fontanile. “A Castellaccio ti posso dare il monolocale di mia zia, pace all’anima sua, ma ognun per sé e Dio per tutti”.
    “Scappo da un rompicoglioni, non mi vado a ficcare in una casa dove ce ne è un altro”. rispose l’amico.
    Al tramonto arrivarono in vista del minuscolo lago del Turano, uno specchio color cobalto tra le montagne ripide e boscose della Sabina. Quasi sulla riva incontrarono un pastore con il suo gregge. L’uomo fischiò forte per richiamare il cane pastore che aveva cominciato a correre nella loro direzione. L’animale si fermò, ma continuò ad abbaiare minaccioso. “Venite, se non gli dico di attaccare vi lascia in pace”, disse il pecoraio. Era un uomo anziano, forse ancora più anziano del Grezzo. Quando i due si avvicinarono volle sapere che cosa stessero facendo da quelle parti.
    “Proviamo a raggiungere Castellaccio, il paese mio”, spiegò Pablo.
    “In bicicletta in mezzo alle fratte?”.,domandò quello.
    “Non ci fanno passare per strada, che dobbiamo fare?”, rispose Pablo.
    “E siete sicuri che al paese tuo vi ci vogliono?”, insistette il vecchio.
    “Certo perché?”, chiese Pablo.
    “Perché qui da noialtri abbiamo deciso di non far entrare più nessuno. Tutti questi romani che vengono a salvarsi il culo da noi, che ne sappiamo se non ci portano il malanno?”, rispose l’uomo guardando sospettoso i due ciclisti.
    “Ma io sono sano, ho fatto il tampone giovedì scorso”, mentì Pablo.
    “E allora vai al paese tuo, e sbrigati, va”, concluse l’altro. Col bastone radunò le pecore e si avviò verso un casale in fondo al prato, dal cui comignolo usciva un filo di fumo azzurro.
    “Siamo sicuri che a Castellaccio non avremo problemi?”, chiese il Grezzo quando l’uomo fu lontano
    Pablo sternutì dentro al gomito, come aveva visto fare in televisione. “Certo, figurati mi conoscono tutti da quando ero un quatranittu”.
    “Che sarebbe il quatranittu?”.
    “Il ragazzino, Grezzo, il ragazzino”. E sternutì di nuovo.
    Trovarono, per passare la notte, un riparo di pastori abbandonato. Non era un gran che ma c’era una stanza chiusa, e un camino. Accesero il fuoco e mangiarono altre due barrette proteiche. L’acqua per fortuna non mancava. Parlarono a lungo della loro fuga. Di come erano stati bravi a seminare vigili e carabinieri uscendo da Roma. Il Grezzo era stato fermato, ma aveva detto che doveva andare dalla madre novantenne malata che abitava due vie più giù e gli avevano creduto. Pablo benedisse il fatto che i cellulari si erano ormai scaricati, e dunque non dovevano più rispondere alle chat zeppe di notizie complottiste o di meme spiritosi che non facevano più ridere nessuno dopo trenta giorni di epidemia. Il Grezzo si mise a ridere pensando al figlio che si disperava a casa. Si dissero che appena arrivati a Castellaccio, riattivati i cellulari, avrebbero raccontato la loro avventura nella chat ‘Forever bike’ dei quali erano i principali animatori. “Pensa quanto sformerà Mascioletti”, disse Pablo pensando alla faccia che avrebbe fatto il suo rivale storico. Conclusero rievocando la zip generosamente abbassata nella maglia di Paola Pezzo, la vincitrice delle olimpiadi di Atlanta specialità Mtb, e si addormentarono in piena letizia, mentre fuori una civetta lanciava il suo richiamo che quella notte non faceva paura.
    La mattina Pablo si svegliò con la gola trafitta da una lama.
    “Sto freddo mi uccide”, disse toccandosi il collo. Il Grezzo lo guardò storto. “Tranquillo, sarà una freddata, adesso passa”. Ma l’amico non si fidava. “Vai avanti tu, non voglio rischi, io sono vecchio”.
    Salirono su una strada sterrata che portava sotto la cima di Monte Navegna. Da lassù finalmente videro il Gran Sasso.
    Pablo, tra un colpo di tosse e uno sternuto si sentiva come Mosé che scorge la Terra Promessa. Mosé, la Terra Promessa… Ebbe un dubbio, ma lo scacciò. Il Grezzo si teneva in disparte, e aveva smesso di sorridere.
    Scivolarono in discesa fino alla base della montagna, sull’altro versante, incrociando un gruppo di cavalli allo stato semibrado. Si nascosero al passaggio di un pick up guidato da un tipo dall’aria losca , ridiscesero ancora una strada sul bordo di un fosso. Per terra le foglie disegnavano una tavolozza di marroni, ma sui rami si cominciava a vedere qualche foglia verde. In breve furono sulla riva del lago del Salto, il fratello maggiore dello specchio d’acqua del giorno prima.
    Erano al punto cruciale della loro impresa. Due erano le alternative: o percorrere in bicicletta il lungolago, fino alla strada che sull’altro lato si inerpicava verso l’Abruzzo, ma con il rischio di essere intercettati da qualche pattuglia, oppure ricorrere all’aiuto dei pescatori. Pablo ne conosceva uno, che viveva poco lontano.
    “Andiamo da lui e ci facciamo trasportare in barca dall’altra parte. Per cento euro sarà ben felice di farlo”. Tossendo e sputando, avanti al Grezzo, sempre più torvo, di buoni venticinque metri, raggiunse la casupola e bussò alla porta. Elvio, il pescatore, di euro gliene chiese cinquecento, ci fu un po’ di trattativa, si accordarono per trecento. Il Grezzo chiese se avesse anche una mascherina per lui e una per Pablo. Il pescatore gliene fornì due fatte in casa, con la carta del forno, per cinquanta euro l’una. Per altri cinquanta euro gli preparò due panini con il prosciutto, che i due divorarono, il Grezzo, in tre bocconi, Pablo con un po’ di difficoltà nella deglutizione. Non avevano più una lira in tasca, ma a Castellaccio c’era il Bancomat, non avrebbero avuto problemi.
    La barca di Elvio portò i due ciclisti e le loro biciclette sulla riva opposta. Il Grezzo stette tutto il tempo con la faccia voltata verso la superficie d’acqua, con la mascherina fornitagli dal pescatore davanti alla bocca, nel punto più lontano dall’amico, e bestemmiava tra sé e sé. Pablo ormai si sentiva uno straccio. Il sudore della salita gli si era gelato addosso quando erano scesi per il fosso umido, e la traversata del lago aveva fatto il resto. Sentiva il cuore battergli uno si e due no, e i brividi cominciavano a scuotergli il petto. Ma non poteva fermarsi ora. Quando furono dall’altra parte inforcò la Mtb, scelse il cambio più leggero e cominciò a salire sulla sterrata che, in una ventina di chilometri, li avrebbe portati sul confine tra Lazio e Abruzzo. Il Grezzo lo superò immediatamente, senza nemmeno salutarlo. Lo ritrovò dopo un’ora, in cima alla salita.
    “Stammi lontano”, gli intimò il vecchio ciclista. Maestoso e imponente, Corno Grande, la vetta più alta dell’Appennino, spuntava dal verde dei boschi. Pablo aveva gli occhi infossati, e tossiva senza tregua. “Siamo in Abruzzo”, disse con un filo di voce e un sorriso ebete disegnato sulla faccia.
    “Ecchissenefrega”, gli rispose il Grezzo “non ti avvicinare, dimmi solo dove andiamo”.
    Pablo indicò con la testa una mulattiera che si infilava in una piccola pineta. Altri venti chilometri e c’era la libertà. Il Grezzo si buttò avanti, lui si infilò la giacca a vento e il cappello e cercò di stargli attaccato. Cadde dopo la prima curva. Il ginocchio spuntava dai pantaloni che si erano strappati. Aveva un brutto taglio che buttava sangue, ma Pablo si disse che era solo una sbucciatura. Si rimise in sella e riprese a scendere, con i freni tirati come un ciclista alle prime armi. Dopo qualche tratto ripido e qualche zig zag nel bosco, la pista si trasformò in una sterrata sconnessa. Lì sotto c’erano le prime case, da lì in poi non avrebbero avuto più problemi.
    “Ci siamo”, pensò . Ce l’aveva fatta. Sorrise pensando al vicino con la radio che cantava Battisti. Ebbe pena di chi era rimasto a casa a lamentarsi di non poter andare a fare una corsetta. Provò pietà per gli amici costretti a lavorare, ce n’era uno che faceva l’infermiere, e che avevano una continua paura di prendersi ‘sta robaccia del corona. Per lui cominciava una vita nuova. “Addio signori miei, venitemi a cercare, se siete bravi”, si disse.
    La sterrata finiva in una specie di fosso, poi risaliva con una breve erta verso la strada asfaltata. Il Grezzo era dietro un albero, che lo aspettava. “Ehi!”, disse Pablo facendo uno sforzo per far uscire il fiato. Due pedalate, che gli sembrarono dure come il piombo, e lo raggiunse.
    Si accorse solo allora della macchina della polizia.
    “È lui”, disse il Grezzo agli uomini in divisa “attenzione che è infetto. Me l’aveva nascosto, questo bastardo”.
    Gli occhi gli facevano male, e non riuscì a distinguere le facce dei due agenti, anche perché erano per buona parte coperte dalle mascherine Ffp3 in uso alle forze dell’ordine. Sentì però la stretta della mano guantata che gli immobilizzava il braccio. “Documenti, per favore”, gli disse l’agente. Prese a tossire, e la stretta se ne andò, poi tornò più forte. L’ultima cosa che vide fu lo sguardo carico di odio del Grezzo.
    Poi ebbe il tempo di svenire. E finalmente si sentì forte, invincibile, vittorioso, quando qualcuno lo alzò da terra per portarlo in trionfo, e poi lo mise su un grande van bianco che scese a precipizio le curve a gomito della statale 17 a sirena spiegata, e sentì la gente che lo acclamava scandendo il suo nome. “Pablo”, “Pablo”, “Pablo”. La grande fuga era finita. Ora, finalmente, era il momento di godersi la vittoria.

     


    Marco Dell’Omo (L’Aquila, 1958) ha lavorato per molti anni all’Ansa come giornalista politico. Per la Rai ha scritto i docufilm Buonasera Presidente, Oriana Fallaci: il lato oscuro della luna e Storia di Nilde. È autore del libro I conquistatori del Gran Sasso (CDA & Vivalda, 2005).

    Di Marco Dell’Omo Nutrimenti pubblicherà prossimamente: La banda Gordon.

     

     

     


     


    Fabrizio Pasanisi
    Una boccata d’aria

     

     

     

    Tante volte Franz Kafka ha provato a immaginare come fosse il mondo di fuori, rinchiuso com’era nel proprio guscio, costretto in un ambiente opprimente, recluso nei recessi della propria mente, dalla quale cercava di liberarsi. Finì per deformare il mondo esterno, finì per tramutare in angoscia l’attesa; ma riuscì a rendere quello stesso mondo qualcosa di tangibile, persino di ovvio, quasi di scontato, sebbene restasse una proiezione del vero, un possibile in rapporto al quale ogni individuo finisce per annientarsi. Kafka si salva, ci salva, solo grazie all’incompiutezza delle sue opere maggiori, altrimenti la nostra fine è segnata. Il processo, per noi, non lascia scampo.
    Nei giorni della reclusione il pensiero va spesso a lui, noi diventati insetti, noi in attesa di un giudizio non più procrastinabile. Tutto appare scritto, come leggi divine, non capiamo, cerchiamo di cogliere le contraddizioni persino tra i numeri, vorremmo essere ammessi al castello per avere risposte, per sapere. Guardiamo la televisione nell’ossessiva ricerca di qualche verità che ci manca, persino metafisica, ci sentiamo spettatori, o addirittura vittime, inermi, in attesa.
    Adesso tutto è spento. Mi guardo intorno e vedo solo i libri in cui trovare appiglio, la televisione non mi può bastare, nemmeno Internet: solo con i libri il dialogo è sincero. Poi c’è quella porta, l’ultima, chiusa, è come se qualcuno dall’altra parte mi impedisse di aprire, e in questo modo mi impedisse di essere. C’è un guardiano, invisibile. Si tratta di uno strano sentimento, come in Kafka, o in Buzzati, sono Giovanni Drogo del Deserto dei Tartari: non posso fare come vorrei, pur sapendo che quel chiavistello è soltanto illusorio, c’è e non c’è, è fatto di regole superiori ed è fatto delle mie paure, o semplicemente del mio senso di appartenenza. Ci hanno levato la libertà ma hanno ragione a farlo, è evidente, sono con loro, con chi combatte il pericolo anche per me. Io devo soltanto resistere, fare finta che sia tutto vero, tutto giusto. So che nella vita conta il presente, il futuro non esiste, ma è al futuro che guardo. La guerra, il nemico, lì fuori, e noi piccoli, impotenti, nemmeno soldati, soltanto sudditi, forse degni.
    Abito in un minuscolo appartamento, all’interno di un grande palazzo. Ci sono tre scale, almeno cinque o sei piani – io sono al terzo, e non mi sono mai avventurato sopra il mio livello –, una notevole quantità di porte dietro le quali c’è una notevole quantità di famiglie. Anche qualche studente in affitto, anche un paio di B&B dai quali ho visto qualche volta uscire persone così diverse, i visitatori della nostra città. Un palazzo normale, di quelli che sarebbero piaciuti a George Perec, capace di raccontare, nel suo puzzle di vite, quell’incrociarsi di esistenze che fanno ambiente, comunità, mondo.
    Il fatto che mi ha sempre più sorpreso di questo grande spazio abitativo, è quanto sia tranquillo. Non siamo in campagna, non siamo in qualche condominio in montagna in cui si va per cercare la pace. Siamo all’interno di uno dei quartieri più popolosi della città più grande d’Italia. Quanti siamo me ne accorgo quando, tornando a casa, devo cercare un parcheggio per la mia vecchia automobile. Nei limiti del consentito, mi accontenterei di un angoletto qualsiasi, anche distante dal portone, tanto, un po’ di cammino non mi farebbe male. Invece mi metto a girare per un tempo infinito, rendendomi conto che si può costruire verso l’alto, riempiendo piani e piani di gente, ma il problema resta in basso, dove tutti prima o poi confluiscono.
    Fuori è un caos, dentro invece, nel cortile comune sul quale affaccia la mia camera da letto, c’è il silenzio. Ogni tanto si sente la voce di un litigio, o una musica a volume piuttosto alto, specie d’estate, ma niente di più, tutto rientra presto, tutto è assorbito. Silenzio, a meno che arrivi il suono di un’ambulanza, in lontananza, come l’ultima eco proveniente dalla città. È tutto così tranquillo, e i miei coinquilini sono così discreti, che posso dire di non conoscere nessuno. E che nessuno mi conosca. Certo, saluto sempre, se la incrocio, l’anziana signora del piano di sotto, quella che torna a casa con buste della spesa deformate dalla quantità di oggetti ammassati. La saluto, niente di più. Saluto, e vengo salutato, da due studenti la cui casa si affaccia sul mio stesso pianerottolo. Faccio un segno di intesa con la testa con l’ingegnere – credo sia un ingegnere –, quello che indossa sempre gli occhiali da sole. Saluto anche la signora del piano di sopra, quando esce con quel cagnolino che ogni tanto sento correre sopra la mia testa, e all’inizio mi infastidiva, come la pallina di Kafka che rimbalza senza ragione, ma poi è diventato un piccolo diversivo alla mia solitudine.
    Non conosco nessuno eppure mi sento a casa, mi sento a mio agio, come se questa piccola, ma non troppo, comunità, che compone il condominio, desse vita all’unica oasi di pace in una città fatta per lo più di gente indisciplinata e anarchica, com’è questa in cui sono nato.
    Tutto questo fino a oggi, o a ieri. Adesso sono rinchiuso qua dentro, come tutti. Ho soltanto il mio momento d’aria quando vado a fare la spesa, e persino fare la fila al supermercato, a distanza di sicurezza, potrebbe essere motivo di distrazione. Quando esco difficilmente incontro qualcuno, e di certo non in ascensore. Preferisco non prenderlo, forse è più prudente, e comunque questi tre piani a piedi, quei pochi minuti di ascesa, mi fanno bene, almeno credo. Immagino che anche i miei vicini di casa siano tutti al loro posto, a pochi passi da me, dietro le porte. Tranne chi sia costretto al lavoro, o chi abbia problemi inderogabili. Escludo che qualcuno di loro infranga le regole, non sarebbe in linea con l’educazione che regna nel condominio, o con i volti gentili che ho tante volte incrociato. Siamo qui, tutti insieme e ognuno al proprio posto, e attendiamo la fine. No, non la fine di tutto, non che l’epidemia ci annienti, ci mancherebbe. Non siamo diventati scarafaggi, il castello là fuori c’è, il processo potrebbe iniziare, ma non ora, non è giunto il momento.
    Tra i miei libri, tra quelli che tengo a portata di mano e con i quali mi confronto più spesso, ce n’è uno piuttosto corposo, di un filosofo che aveva tante cose da dirci. Lui è Ernst Bloch, il libro ha un titolo bellissimo, che attenua un po’ l’impatto con i tre volumi da cui è composto: Il principio speranza. In uno dei primi paragrafi, proprio all’inizio, chiamato “A casa è già viaggio”, ci dice:

    La nostra vita era protetta e orlata lassù in alto dai merli, ma su questi si poteva salire in ogni momento per guardare lontano. Questa connessione di spazio stretto e belle terre esotiche non si cancella nemmeno in seguito. Ciò è a dire: la terra dei desideri è da questi tempi un’isola.

    Non so se mi ascolta, cara signora del piano di sotto, la mia isola, la sua, sono così vicine. Vorrei chiederle se ha bisogno di qualcosa, spero che suo figlio – perché lei ha un figlio, vero? – abbia organizzato per lei un modo perché le portino la spesa, e adesso se ne possa restare ancora più rintanata di prima. Vorrei portarle qualcosa, un fiore, ma, sa, sono molto impegnato, sono costretto.
    No, non lo farò. I miei vicini non conoscono quello che contiene il mio appartamento, fino a esondarne, come il fiume in piena. Il reparto di poesia, quello di filosofia, i russi, i francesi… I tanti contemporanei che si mischiano tra di loro in attesa di essere definiti. Ho scoperto di non amare premi e premiati, né alcun tipo di classifica. Conta poco se un autore abbia vinto persino il Nobel, o il più prestigioso o reietto riconoscimento nostrano; conta la presenza di un opera nel tempo, e conta il mio insindacabile interesse per lei. Le sole classifiche che mi riguardano partono dal basso, non dall’alto, comprendono non il vincitore, ma semplicemente il sacrificabile, il libro che non leggerò mai, e mai entrerà a pesare nella mia biblioteca. Con quegli esclusi il giudizio è stato tranchant, non ho tempo per loro. Capisco, si tratta di una scelta arbitraria, criticabile, un po’ spietata, non segue il dettato in base al quale ogni libro ha qualche cosa da dire. Forse mi perdo qualcosa, è probabile, e quale ultimo scrupolo ho il mio Enfer, una piccola serie di volumi lasciati sull’orlo del giudizio, non ancora accettati, non ancora rifiutati. Ma il dubbio è già scelta, temo, e prima o poi dovranno lasciare spazio ad altri libri, più appropriati.
    Cosa devo dirle, cara signora, meglio Montaigne o la Guida galattica per autostoppisti? Mah, il primo mi aiuta a pensare, il secondo non smette di farmi ridere, come Rabelais, come Boccaccio. Meglio le parole posate di Seneca al suo fido Lucilio, o le irriverenti avventure di Céline? Meglio il fine-tutto, il vuoto di parole di Beckett o l’eterna primavera del Sogno di una notte di mezza estate? Meglio la discesa nel Sabba faustiano o l’ascesa eterea della Commedia di Dante?
    Non so, lascio ad altri la scelta. In un certo momento può andare bene anche un Limerick, ha presente?

    C’era un vecchio dell’Aia,
    Dalle idee piuttosto vaghe;
    Si costruì un aerostato
    Per guardar meglio la Luna,
    Quel vecchietto, illuso dell’Aia.

    Potrei forse dirle che il mondo là fuori non mi interessa, non mi interessa il parere degli altri, condividerne i bisogni? Non so. In effetti ho tutto con me, vivo di poco, detesto gli chef, e l’automobile che utilizzo me l’ha lasciata mio padre, e ancora resiste. Per il resto cammino, di rado ma cammino, e non ho bisogno d’altro. Adesso mi hanno chiuso in casa: qualcuno già credeva che fossi una persona bizzarra, piuttosto solitaria, non mi fermavo a dire a nessuno con un sorriso “Che bella giornata”, o con una smorfia “Un tempo da lupi!”. Qualcuno mi considera un pazzo, credo, un disadattato, uno che non si capisce come possa vivere. Rispetto chi lo pensa, per carità, e il mio rispetto deriva dal fatto che non mi interessa il giudizio degli altri, quello sommario, su di me o su di un libro. Mi interessano le analisi, ma per quelle ci vuole tempo, e acutezza. Potrei comunque rispondere con le parole di Nietzsche, molto più urgenti e pertinenti delle mie:

    La follia è nei singoli qualcosa di raro – ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la regola.

    Lo so, capisco, sembra una cosa scritta da Nietzsche pro domo sua, e da me utilizzata di conseguenza, ma tant’è: parla lui, non io, e questo è il bello della cultura, lui se ne assume la libertà e io divento un passacarte.
    Adesso mi hanno chiuso in casa. Ma io ero già chiuso in casa. Non tengo soltanto il nemico fuori dalla porta, tengo la vita, spesso, se vuole la realtà, nelle sue tante forme, di fuori. Mi accontento dell’arte, mi accontento di un mondo definito e sicuro. Se poi non è finito, come “L’uomo senza qualità” di Musil, come “Il castello” di Kafka, come la “Pietà Rondanini” di Michelangelo, tanto meglio!
    Sa, alla fine, cara signora, sono tornato a Kafka. Sto rileggendo un suo racconto, una delle ultime cose che scrisse prima di morire. Si intitola “La tana”. Le dicevo, io ho i miei libri, con loro me la cavo, potrei anche non accorgermi di niente se arrivassero gli extraterrestri, insieme al virus, e ci portassero via. Tra le pagine dei libri, respiro. Le dicevo, quel racconto: ha a che fare con noi. Sa cosa scrive Kafka?

    La cosa più bella della mia tana è il silenzio.

    Certo, proprio come qui, da noi, nel condominio. Lui è un po’ più solo, isolato, forse come son’io, sta bene lì dentro perché quel luogo è il suo rifugio, il rifugio del protagonista, uomo o animale che sia. Lo ha costruito scavando stanze e cunicoli, lo cura spostando le proprie cose, riponendole da un posto all’altro. Si adatta alle necessità, incluso il pericolo che arriva da fuori. E, quando si avvicina all’uscita, lo fa con una certa solennità, poi magari ci ripensa, torna indietro.
    Lo so, lei mi sorride, noi non siamo così, pensa. Noi ci siamo, l’uno per l’altro, stiamo facendo qualcosa insieme, e chissà se da questi momenti bui non possa ripartire, prima o poi, qualcosa di bello. Lo so, ho imparato a conoscerla nei nostri brevi incontri, lei sta pensando che magari, dopo la crisi, dopo il dolore, magari noi, tutti insieme…
    Cara signora, se lei lo conoscesse saprebbe che il racconto di cui sto parlando finisce così:

    Tutto invece è rimasto immutato.

    No, non si preoccupi. Glielo dicevo, Kafka ci spaventa, poi ha questo di rassicurante: molte delle sue storie sono incompiute. Nemmeno lui ha avuto il coraggio di dirci come sarebbe andata a finire, e, in fondo, conta così poco.

    Fabrizio Pasanisi è giornalista, autore televisivo e studioso di letteratura. Ha tradotto Il riflusso della marea di Stevenson (Sellerio, 1994), Il salvataggio di Conrad (Nutrimenti, 2014) e Gli Allegri Compari di Stevenson (Nutrimenti, 2016). Con il romanzo Bert e il Mago ha vinto il Premio Bagutta Opera Prima 2013 e ha ricevuto la menzione speciale della giuria al Premio Calvino 2012.

    Dello stesso autore Nutrimenti ha pubblicato:
    Bert e il Mago, 2013
    L’isola che scompare, 2014

     


     

    © 2020 Nutrimenti srl
    Prima edizione marzo 2020
    www.nutrimenti.net
    via Marco Aurelio, 44 – 00184 Roma


     

    1. Zoe Caballero

      Pablo in fuga. Un bel racconto ,breve ma intenso….

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