• Joy Williams

    I vivi e i morti

    pp. 384

    17,50

    Traduzione di Marco Bertoli

    Prima edizione giugno 2010

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    17,50
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    Accecante inno alla provvisorietà dell’essere, ispido tributo al disallineato genio dell’adolescenza, I vivi e i morti racconta, nella cornice dell’aspro deserto del Sud-ovest americano, le assurde vicende di Alice, Corvus e Annabel, sedicenni orfane di madre, amiche per caso, eroine loro malgrado nella tragedia della loro vita. Alice non ha mai conosciuto i genitori: dopo la morte della madre, in un incidente aereo, ha sempre vissuto con i nonni, scoprendo solo da grande che il fratello maggiore era in realtà il padre. Ecologista militante, vegetariana (“quel cibo una volta aveva una faccia”) preferisce di gran lunga gli animali agli uomini. Corvus fa del lutto una ragione di vita; ha da poco perso i genitori in un bizzarro incidente d’auto e, dopo aver dato fuoco alla casa ed essersi ritirata in una roulotte con il suo cane, sembra sprofondare in un’indolenza da cui la scontrosa Alice tenta di liberarla. Annabel, la più aggrappata alla vita delle tre, invece, sembra solo una vanitosona intenta a prendersi cura della sua pelle.
    Intorno una parata di personaggi che compaiono e scompaiono a formare un’obliqua rete di dipendenza, fiducia e sospetto. Tra questi, il padre di Annabel, Carter, che desidera carnalmente il suo giovane giardiniere buddhista ma continua a ubriacarsi e a litigare con il fantasma di sua moglie, che fa di tutto per portarselo dall’altra parte; Emily Bliss Pickless, una bambina di otto anni che si finge un po’ tonta per compiacere gli adulti; Ray Webb, diciannovenne ladruncolo schizzato, convinto di avere una scimmia nel cervello.
    Nel silenzio occhiuto del deserto tutto è sulla difensiva, combattivo, deciso a vivere a ogni costo; tutto è e rimane confine, paranoie di vivi già morti e di morti che tornano in vita, e il silenzio è ogni tanto squarciato da qualche mentecatto che si diverte a sparare ai cactus, onnipresenti sentinelle e miraggio di immortalità.
    Per la Williams, nella sua narrativa-cenotafio, vita e morte sono sullo stesso piano, come una trappola paziente, e la mortalità è un fazzoletto di speranza, erba cattiva e risentimento. Vivere è come essere ospiti d’onore nei diorami tetri del destino; le barriere dell’uomo sono insufficienti, e non c’è nemmeno il posto per una divinità distratta.

  • Joy Williams

    Joy Williams (1944) è nata a Chelmsford, Massachusetts. È autrice di quattro romanzi, tre raccolte di racconti, una raccolta di saggi su tematiche ambientali e una guida turistica non convenzionale dell'arcipelago Florida Keys. Ha vinto numerosi premi, tra cui lo Strauss Living Award e il Rea Award per la short story. Dal 2008, è entrata a far parte dell'American Academy of Arts and Letters. Il suo primo romanzo State of Grace (1973) è stato nominato per il National Book Award. Nel 1982 la raccolta di racconti Taking Care è stata un grande successo di pubblico e critica che valse alla scrittrice paragoni con Flannery O'Connor e Joyce Carol Oates. Tra gli ammiratori della Williams figurano scrittori come Don DeLillo, Richard Ford, Bret Easton Ellis.