• Robert Olen Butler

    Vietnam, Louisiana

    pp. 288

    13,60

    Traduzione di Giuseppe Marano
    Postfazione di Stefano Gallerani

    Prima edizione novembre 2009

    Vincitore Premio Pulitzer 1993

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    16,00 13,60
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    Il cielo della Louisiana assomiglia al cielo del Vietnam, nel West Bank del Mississippi ci sono bayou dove acqua e terra convivono in un equilibrio delicatissimo, e sembra di stare nel delta del Mekong. Moltitudini di profughi e di emigrati vietnamiti dopo la presa di Saigon da parte dei comunisti, nel 1975, si sono riversati in un territorio che facilmente è diventato il loro. Sradicati, trapiantati, eppure rinati e rivitalizzati. Alcune zone di New Orleans, cittadine come Lake Charles e Versailles non sono di certo l’America, le loro vie assomigliano piuttosto alle strade di Saigon o di Hanoi, a stento si trovano cartelli in inglese. Il Vietnam è anche lì, la diaspora vietnamita prosegue tiepida, Nord e Sud, buddhisti e cattolici, i vietnamiti operosi e quelli pigri, quelli freddi e impenetrabili, quelli con il cuore negli occhi. E vietnamiti tutti di un pezzo, donne con i loro aó dài, case con l’altare per gli antenati, odore di incenso, di cibo speziato, fantasmi, un placido senso del perdono; ma anche vietnamiti americanizzati orgogliosi anzi desiderosi di essere chiamati americani, e i figli di tutti questi, loro sì americani e basta.
    Non c’è nulla di esotico, nulla di manierato, nessuna esibizione folkloristica nella prosa di Butler. Egli è piuttosto un medium che dà voce alle voci, ne ripropone il vibrante ricordo, la toccante urgenza di confessione. Perseguitati dal proprio passato e vittime silenti, tormentati nei confronti dei loro ospiti americani, questi emigrati immaginari cercano una tregua per le loro guerre personali, e grazie a Butler le loro storie inondano di luce territori oscuri e spesso ghettizzati in rappresentazioni stereotipate.
    “Tutti e diciassette i narratori dei racconti sono creature del mio inconscio”, ha affermato una volta Butler, e sembra che il suo sia un atto di fraternizzazione, forse di identificazione, di condivisione di quello che Jung chiama l’inconscio collettivo.
    Cosa rimane? La stessa identica distanza tra la nostra cultura e la loro, ma l’eco di quelle voci e il loro rapporto con il passato, il loro tempo immobile inducono a una riflessione sul nostro tempo, sul nostro passato. Quando non si può tornare indietro si può sempre accendere una lanterna di carta di riso in una notte buia, guardare il cielo e ricordare.

  • Robert Olen Butler

    Robert Olen Butler (1945) è nato a Granite City, Illinois, da genitori che hanno dedicato la vita al teatro. Dal 1969 al 1971, in piena guerra del Vietnam, ha servito (“non da volontario, anche se non ho fatto nulla per evitarlo”) l’esercito degli Stati Uniti prima come agente scelto di controspionaggio e in seguito come traduttore dal vietnamita. “Prima del Vietnam volevo fare il drammaturgo, ma non faceva per me, non avevo talento”. Anche la carriera da scrittore è partita in salita: “All’inizio non scrivevo per niente bene, ma per fortuna sapevo dov’era il pulsante per cancellare”. Il suo primo romanzo, The Alleys of Eden, pubblicato nel 1981 dalla Horizon Press, venne rifiutato da ventuno editori. In precedenza Butler aveva scritto “cinque romanzi orribili, una quarantina di racconti spaventosi e dodici pièce teatrali bruttissime”, tutto materiale che non ha “mai visto la luce del giorno né mai la vedrà”. Butler ha pubblicato undici romanzi e cinque raccolte di racconti, e le sue opere sono tradotte in diciotto lingue. Nel 1993, con Vietnam, Louisiana, è stato insignito del premio Pulitzer. Attualmente insegna scrittura creativa alla Florida State University e vive a Capps, Jefferson County, in una splendida casa risalente a prima della Guerra Civile e, a suo dire, di Capps è l’unico abitante oltre che il sindaco. Ama molto gli animali e non è infrequente vederlo andare in giro con un pappagallo appollaiato sulla spalla.