• Heather McGowan

    Duchessa del nulla

    pp. 176

    13,60

    Traduzione di Marco Bertoli

    Prima edizione maggio 2009

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    16,00 13,60
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    Senza nome, i protagonisti di questo romanzo – la Duchessa del nulla e il fratello di Edmund, un bambino di sette anni – ben presto e inspiegabilmente abbandonati da Edmund, compagno di lei e fratello di lui, s’aggirano per una Roma-chimera filtrata per capriccio da un paio di occhiali color ambra, sfondo maestoso ma itterico e maleodorante della narrazione – un monologo in prima persona – senza far nulla. E non si commette un grande errore se si afferma che Duchessa del nulla è in fondo un libro sul niente con un tema portante arcano e invisibile, un libro che vive del suo stile e della sua sospensione, l’unico modo – davvero – per parlare della bellezza, se esiste, l’unico modo per descrivere un viaggio tortuoso all’interno della mente.
    Come in un puerile ammonimento dicotomico (giusto-sbagliato, amore-odio), la duchessa s’infervora nel voler garantire un’educazione al bambino; la sua è una pedagogia non convenzionale dominata da precetti rigorosissimi (“il matrimonio è una tomba”, “l’amore è fatale”, la scuola è “una prigione di lavagne”), invettive contro la poesia (“poverini, i poeti, costretti a tormentare il cervellino per cavarne immagini nuove”), sofisticate lezioni-laboratorio sull’arte del sottinteso e propositi di utopica progettualità. Il fratello di Edmund, più simile a un gatto che a un bambino, vive con fanatica innocenza la sua educazione ai sentimenti, e ben sopporta le reazioni ai suoi modesti tentativi di ribellione: “Un giorno sarai un ottimo marito per la pigra sguattera che deciderai di sposare, ma quel giorno non è oggi, quella sguattera non sono io, e tu non sei mio marito”.
    Narratrice ventriloqua e disonesta, ammaliante e contraddittoria, una tra Hedda Gabler e Molly Bloom ma con una disperazione e una follia mediate direttamente da Sylvia Plath, la duchessa dispiega la sua persecutoria visione con un andirivieni nella memoria in cui il presente e la contingenza contano pochissimo. E la dicotomia ritorna nella sua maternità subita – lei madre di un figlio non suo, compagna di un uomo sempre meno suo – e fa emergere una farinosa disintegrazione dell’anima, il peso dell’ignavia e l’inutilità del presente.

  • Heather McGowan

    Di Heather McGowan non si sa molto. È certo che è nata negli Stati Uniti, che ha trascorso in Francia, Belgio e Inghilterra parte dell’adolescenza e che ha bisogno di minimo sei anni per completare un romanzo. Acclamata come una delle migliori voci emergenti della nuova narrativa americana, in virtù del suo coraggio e della sua intransigenza nella sperimentazione di voci e strutture narrative insolite, si è guadagnata da subito l’ammirazione entusiasta di autori come Jonathan Lethem, Percival Everett, Andrew Sean Greer e Rick Moody che la considera “la più elegante e lucida cesellatrice di prosa” degli ultimi anni.