• Percival Everett

    Ferito

    pp. 240

    8,4213,60

    Traduzione di Marco Rossari

    Prima edizione febbraio 2009
    Seconda edizione febbraio 2010
    Prima edizione tascabile novembre 2012

    Vincitore IV Premio Vallombrosa – Gregor von Rezzori 2010
    Vincitore Usa Pen Literary Award 2006

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    16,00 13,60
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    Qualcosa sta per accadere – la consapevolezza di questa tensione è l’ossatura del libro – perché nulla accade mai a Highland, Wyoming, profondo e gelido West, dove un impenetrabile cowboy di mezz’età, uno tra John Wayne e Gary Cooper, vedovo, laureato in Storia dell’arte con una passione per Klee, Kandinskij e le caverne, naturalmente nero – ce lo annuncia lui stesso nelle prime pagine –, vive la sua appartata quotidianità fatta di giornate che iniziano alle cinque e trenta, un centinaio di chili di merda di cavallo da spalare, cavalli difficili da addestrare, un cucciolo di coyote con tre zampe da curare.
    Perché la comunità locale, compresi gli amici del protagonista, apostrofa con pesanti epiteti il ragazzo gay scomparso? È l’intolleranza bruta che permea il doppio fondo dell’etica individuale, una reazione che ricorda da vicino i cartelli (“Dio odia i froci”, “Cambiate o bruciate”) imbracciati da migliaia di persone comuni nelle contromanifestazioni “per ristabilire i principi etici” dopo il tragico omicidio del giovane Matthew Shepard nel 1998, sempre da quelle parti, dichiarato punto di partenza della riflessione di Everett.
    Come ogni libro che rimane, Ferito può essere descritto dall’accumulazione di due frasi: “Hai provato qualcosa quando ci siamo baciati?”, che Hunt si sente dire dopo giorni di silenzi, e “non riconosco le mie impronte finché non mi fermo”, dello stesso Hunt, ferito ma apparentemente solo scheggiato dagli eventi, a ribadire che l’esistenza si spende sempre in frontiera, e la frontiera è ovunque.
    Everett, stavolta con uno stile disadorno e lontano da qualsiasi genere (“non ho mai scritto western, ho scritto alcuni romanzi ambientati nel West”), dimostra che la narrativa è un mezzo, e che qui la suspance non è tanto data da ciò che il lettore non si aspetta che accada, ma dal fatto che accada ciò che il lettore sa perfettamente debba accadere. È un problema di come e quando, specie se si parla dei crimini dell’odio.
    Su tutto, tra le righe di questo romanzo, ci sono Emily, il cucciolo di coyote a tre zampe, che punteggia la neve attorno al ranch con le sue orme strane, e Peste, un mulo ingovernabile in grado di aprire i cancelli della stalla e che non sta mai fermo, come il pensiero libero di una mente liberata, finalmente, dalla disillusione della successiva ferita da curare. Perché prima o poi il tempo per le parole sarà finito.

  • Percival Everett

    Nato nel 1956 nella base militare di Fort Gordon, in Georgia, dove il padre prestò servizio come sergente prima di diventare dentista, Percival Everett insegna scrittura creativa e letteratura alla University of Southern California. Alla carriera accademica è arrivato dopo una laurea in filosofia a Miami e un percorso irregolare, prima chitarrista jazz, poi addestratore di cavalli e rancher, infine professore di liceo. Sposato con la scrittrice Danzy Senna, nel tempo libero dipinge e pratica la pesca alla mosca, passioni che ama condividere con alcuni dei suoi personaggi. È autore di oltre venti libri tra romanzi, raccolte e saggi, e ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti come l’Academy Award in Literature, lo Hurston / Wright Legacy Award, lo Usa Pen Literary Award e, in Italia, il Premio Gregor von Rezzori. Le sue opere sono tradotte in tutto il mondo.